SCARCERATE MARCELLO

Una misera vendetta truccata da giustizia

Gian Marco Chiocci

Diteci voi cosa dobbiamo pensare di quest’Italia dove la «giustizia» è divenuta specchio del cialtronismo diffuso, dove tutto si gonfia di umore e veemenza, vendetta e risentimento, di gogna ideologica e meschino godimento. Dove non rimane più nulla del concetto riabilitativo della pena. Dove si offusca la portata di diritti e libertà e si calpesta la dignità individuale. Perché quando la giustizia si aggrappa a un condannato testimonial, da sbandierare e umiliare a buon intenditor, la metafora maoista del colpirne uno per educarne cento (o un altro soltanto se quell’altro è Silvio Berlusconi) diventa norma di condotta e crolla tutto il sistema di garanzie. Così, oggi, dopo aver combattuto battaglie comuni ad avvocati e radicali sulle metastasi di una giustizia ingiusta, siamo qui a batterci per la condizione di Marcello Dell'Utri. Beffato, palleggiato da uno Stato che rimanda di mesi, con prove mediche solide, l'esame della permanenza in galera nonostante sia affetto da una grave patologia ischemica cronica. Dell'Utri non è, in questo caso, l'amico degli amici. Ma è metafora amara di una «giustizia» che vuole pungere la storia dando in pasto alla rabbia comune un simbolo da spolpare. E allora, paradossalmente, il bersaglio grosso Dell'Utri diventa anche ologramma dei tanti signori nessuno in attesa di giudizio, dilaniati da anni di attese, malati e trattenuti in galera, maltrattati come Cristo in croce, ridotti a larve perché ai nemici la giustizia si applica mentre per gli amici si interpreta. In quest’Italia del paradosso, alto e basso si fondono, in una perfetta reazione chimica. E in mezzo sguazza il surreale, il controsenso: assassini recidivi in libertà e vittime indagate per legittima difesa, farabutti acchiappati in flagranza e rilasciati in aula l'indomani, mafiosi con 100 cadaveri nel carnet elevati a rango di eroi dopo aver vuotato il sacco per evitare la galera. A noi questa Italia, questa giustizia, fa schifo. Politici, giornalisti, intellettuali, professionisti e semplici cittadini hanno risposto a migliaia al nostro appello per Marcello. Un’Italia dignitosa, non certo quella della commozione a comando, pronta a chiedere che un uomo, in galera per un reato evanescente come il concorso esterno in associazione mafiosa, possa affrontare con dignità la sua malattia. Ed interrompere questa brutta pagina dove il dolore fisico non può diventare un’aggravante della pena a beneficio del famelico spettacolo dei vendicatori di professione. Continuate pure a odiare tutto e tutti, noi non saremo mai come voi. Quando la ruota girerà, perché presto girerà, riscoprirvi garantisti sarà il miglior contrappasso per la vostra scellerata infamità.