L'intervento dell’avvocato Claudio Vinci

"Il voto di preferenza tra libertà di scelta, competizione elettorale e responsabilità rappresentativa"

Per la prima volta, dopo oltre trent’anni, gli elettori italiani potrebbero tornare a scegliere, almeno in parte, i propri rappresentanti in Parlamento. Il Senato ha infatti approvato l’emendamento alla riforma della legge elettorale che introduce la possibilità di esprimere fino a tre preferenze per i candidati della lista. Il provvedimento, modificato nel corso dell’esame parlamentare, dovrà ora tornare alla Camera, dove l’iter proseguirà nelle prossime settimane.

La novità, tuttavia, non coincide con il ritorno pieno al sistema delle preferenze. Il meccanismo approvato è una soluzione intermedia: il capolista resta “bloccato”, cioè scelto preventivamente dal partito e sottratto al voto diretto dell’elettore. Le preferenze potranno essere espresse per gli altri candidati indicati sulla scheda, fino a un massimo di tre, nel rispetto dell’alternanza di genere. In caso di mancato rispetto della regola, la seconda e la terza preferenza saranno annullate secondo l’ordine di lista.

  

È una riforma parziale, dunque. Ma è anche una svolta politica e culturale di grande rilievo, per cui bisogna fare un plauso al Governo e alle forze di maggioranza.

Le preferenze mancavano dalle elezioni politiche dal 1993: per più di trent’anni il cittadino ha potuto scegliere il simbolo, ma non necessariamente la persona destinata a rappresentarlo. La composizione del Parlamento è stata in larga misura affidata alle segreterie dei partiti, alle trattative interne, alla collocazione dei candidati nelle liste e, non di rado, alla fedeltà personale nei confronti dei leader.

Il risultato è stato un progressivo allontanamento tra elettori ed eletti.

Il parlamentare non ha più avuto bisogno di costruire un rapporto diretto con il territorio, di spiegare le proprie idee, di sottoporsi al giudizio delle persone, di rendere conto del proprio operato. Era sufficiente essere inserito in una posizione utile della lista. La partita decisiva si giocava prima del voto, nelle stanze della politica, e non davanti agli elettori.

La preferenza, anche quando introdotta in forma attenuata, modifica questa logica. Restituisce al cittadino una parte della responsabilità della scelta e impone al candidato di presentarsi, di esporsi, di chiedere consenso. Non basta più il nome del partito. Non basta più la protezione del capolista o la collocazione garantita in lista. Occorre conquistare la fiducia degli elettori.

È precisamente questo il valore più profondo della riforma: la politica torna a metterci la faccia.

In una democrazia rappresentativa, il rapporto tra elettore ed eletto non può essere puramente impersonale. Il voto non è soltanto l’adesione a un programma o a un simbolo; è anche la scelta di donne e uomini ai quali affidare una funzione pubblica. La rappresentanza parlamentare, per essere effettiva, deve avere un volto riconoscibile, una storia, una responsabilità individuale.

Il deputato e il senatore non sono semplicemente componenti numeriche di una maggioranza. Sono rappresentanti della Nazione, come ricorda la Costituzione, e il loro mandato non può ridursi all’esecuzione delle indicazioni di partito. Ma proprio perché la loro funzione è così importante, è necessario che la loro legittimazione democratica sia il più possibile trasparente e diretta.

Il voto di preferenza non risolve ogni problema. Non garantisce automaticamente la qualità dei candidati, non impedisce il clientelismo, il voto di scambio nei casi più gravi, non elimina il rischio di campagne fondate sulla disponibilità economica o sulla notorietà personale. Ogni sistema elettorale presenta vantaggi e criticità. Anche le preferenze, se non accompagnate da regole rigorose sulla trasparenza dei finanziamenti, sulla selezione delle candidature e sulla parità di condizioni, possono essere utilizzate in modo distorto.

Ma riconoscere questi rischi non significa rinunciare al principio. Significa, piuttosto, disciplinarlo meglio. La risposta agli abusi non può essere la sottrazione della scelta ai cittadini. Se il voto personale può essere condizionato da rapporti di dipendenza o da logiche clientelari, la soluzione è rendere più limpida la competizione e sanzionare severamente  gli abusi, non consegnare ogni decisione ai vertici dei partiti.

Grazie alle preferenze, la politica può recuperare una centralità che negli ultimi anni ha progressivamente perduto. La distanza tra istituzioni e cittadini non nasce soltanto dall’astensionismo, ma anche dalla percezione che le decisioni siano già prese altrove, che il voto sia incapace di incidere sui nomi e sulle persone, che il Parlamento sia composto da figure selezionate da apparati spesso impermeabili al confronto esterno.

La preferenza introduce invece un elemento di contendibilità. Il candidato non è più soltanto il destinatario di una designazione; diventa il protagonista di una relazione politica. Deve parlare con le comunità, ascoltare i problemi, confrontarsi con gli avversari, assumere impegni. Dovrà essere giudicato non solo per la fedeltà alla propria parte, ma anche per la capacità di rappresentare il territorio e l’interesse generale.

Questo può produrre una politica più concreta, meno astratta e meno autoreferenziale. Un parlamentare eletto grazie a un consenso personale sarà naturalmente chiamato a conservarlo e a rinnovarlo. Saprà che, alla fine della legislatura, non sarà soltanto il partito a decidere il suo destino, ma anche il giudizio degli elettori. Si ristabilisce così una forma di responsabilità politica che le liste interamente bloccate avevano sostanzialmente indebolito.

La reintroduzione delle preferenze può inoltre favorire una maggiore pluralità interna ai partiti. Le assemblee parlamentari potrebbero tornare a essere composte da persone con sensibilità, esperienze e radicamenti diversi, non soltanto da esponenti appartenenti ai gruppi dirigenti dei partiti. La competizione personale, se corretta e trasparente, può rendere più ricco il dibattito e più autentica la dialettica democratica.

Naturalmente, la preferenza non deve trasformarsi in una guerra personale permanente. Il parlamentare non è il rappresentante esclusivo di chi lo ha votato, ma deve operare nell’interesse della collettività. Il consenso personale deve rafforzare, non sostituire, la responsabilità istituzionale. La politica dovrà imparare a conciliare il rapporto diretto con gli elettori con la visione generale del bene comune.

È proprio questo il passaggio decisivo. La preferenza non è soltanto un segno scritto accanto a un nome. È un patto. L’elettore sceglie una persona e quella persona accetta di rispondere del proprio operato. Il voto diventa così più esigente per entrambi: per il cittadino, che deve informarsi e valutare; per il candidato, che non può più nascondersi dietro il simbolo.

Per questo l’approvazione del Senato non dovrebbe essere letta soltanto come l’ennesimo capitolo della contesa tra maggioranza e opposizione. La legge elettorale non è una semplice regola tecnica. È il modo attraverso il quale la democrazia decide chi avrà il potere di legiferare, controllare il Governo e rappresentare la Repubblica.

La politica ha oggi l’occasione di riappropriarsi della propria centralità. Non attraverso slogan, contrapposizioni o campagne costruite soltanto sui leader, ma tornando a stare in mezzo alle persone. Le preferenze possono essere lo strumento per ricostruire quel rapporto, a condizione che i partiti abbiano il coraggio di accettare una vera e sana competizione democratica, senza ricorrere a logiche clientelari.

Dopo anni nei quali gli elettori hanno scelto soprattutto simboli e coalizioni, il ritorno del nome sulla scheda può rappresentare l’inizio di una nuova stagione. Una stagione politica  nella quale chi chiede il voto dovrà presentarsi, spiegarsi e assumersi una responsabilità e su questo, una volta eletto, verrà giudicato dagli elettori.