il racconto
Vivere sotto stalking: quando la paura entra nella quotidianità
Mi chiamo Mariastella Giorlandino e so cosa significa vivere sotto stalking.
Significa aprire gli occhi al mattino e domandarsi che cosa potrebbe accadere durante la giornata. Significa controllare il telefono con inquietudine, guardarsi intorno prima di uscire, prestare attenzione a una macchina ferma, a un volto intravisto più volte, a un messaggio inatteso. Azioni che per gli altri sono normali diventano valutazioni continue del pericolo.
Lo stalking non è fatto soltanto di telefonate, messaggi, pedinamenti o minacce. È una forma di violenza che si insinua progressivamente nella vita della vittima e ne modifica le abitudini, i rapporti familiari, il lavoro e perfino il modo di percepire se stessa. Non sempre lascia segni visibili, ma produce ferite profonde: paura, insonnia, ansia, senso di impotenza e isolamento.
La parte più difficile è spiegare agli altri questa condizione. Da fuori, ogni singolo episodio può apparire trascurabile. Una telefonata, una presenza, una frase ambigua o un incontro apparentemente casuale possono sembrare fatti insignificanti. Ma chi li subisce conosce il filo che li unisce. Sa che non sono episodi isolati, bensì tasselli di una persecuzione ripetuta che comunica un messaggio preciso: «Posso raggiungerti, posso controllarti, posso entrare nella tua vita quando voglio».
Vivere sotto stalking significa perdere, poco alla volta, la propria spontaneità. Si cambiano percorsi, orari e abitudini. Si evita di andare da soli in alcuni luoghi. Si rinuncia a occasioni di lavoro o momenti di serenità. Anche la famiglia viene coinvolta, perché la paura non riguarda più soltanto la propria sicurezza, ma quella delle persone amate.
A tutto questo si aggiunge spesso un’altra sofferenza: il timore di non essere creduti. La vittima può sentirsi costretta a dimostrare continuamente ciò che sta vivendo, a conservare messaggi, annotare episodi, ricordare date e ricostruire ogni dettaglio. Mentre avrebbe bisogno di protezione, deve trovare la forza di trasformare la propria angoscia in prove comprensibili agli altri.
Io ho scelto di raccontare questa esperienza perché il silenzio protegge soltanto chi perseguita. Parlare, invece, può aiutare altre persone a riconoscere i segnali e a comprendere che non stanno esagerando, che la paura non è una colpa e che chiedere aiuto non rappresenta una debolezza.
Come medico e come presidente della Fondazione Artemisia ETS, conosco il valore dell’ascolto. Una persona perseguitata non deve essere giudicata, colpevolizzata o invitata semplicemente a «non pensarci». Deve essere accolta, creduta e accompagnata attraverso un percorso che coinvolga, quando necessario, professionisti sanitari, psicologi, avvocati e autorità competenti.
È importante intervenire prima che la persecuzione diventi ancora più grave. Ogni segnalazione deve essere considerata con attenzione, perché dietro comportamenti apparentemente minori può nascondersi un’escalation capace di mettere in pericolo la sicurezza e la vita della vittima.
La libertà non consiste soltanto nel poter uscire di casa. È anche poterlo fare senza paura. È poter lavorare, incontrare una persona, rispondere al telefono o accompagnare i propri figli senza sentirsi osservati. Lo stalking sottrae proprio questa libertà, giorno dopo giorno.
Raccontare ciò che significa vivere sotto stalking non vuol dire chiedere compassione. Vuol dire reclamare il diritto alla sicurezza, alla dignità e a una vita libera dalla paura. Vuol dire ricordare a ogni vittima che non è sola e che nessuno deve rassegnarsi a convivere con la persecuzione.
La paura può entrare nella quotidianità, ma non deve diventarne la padrona. Denunciare, chiedere aiuto e trovare persone capaci di ascoltare rappresentano il primo passo per riprendersi la propria vita.