Gli ultimi femminicidi sono un allarme: la violenza contro le donne non arretra e non possiamo abituarci

Mariastella Giorlandino

Ci sono parole alle quali non dovremmo mai abituarci. Femminicidio è una di queste. Eppure gli ultimi drammatici episodi di cronaca ci restituiscono ancora una volta storie di donne uccise proprio da chi aveva fatto parte della loro vita, trasformando un legame affettivo in possesso, controllo e infine violenza.

La sensazione, di fronte al susseguirsi di queste tragedie, è che il fenomeno non stia arretrando e che, nonostante anni di battaglie, leggi e campagne di sensibilizzazione, la violenza contro le donne continui a rappresentare un’emergenza sociale e culturale. È questo che deve preoccuparci: il rischio che la ripetizione trasformi l’orrore in abitudine e che l’ennesimo femminicidio diventi soltanto un’altra notizia destinata a scomparire nel giro di pochi giorni.

  

Dietro ogni nome non c’è un numero, ma una vita. Ci sono figli, genitori, amici, colleghi. Ci sono progetti interrotti e famiglie destinate a convivere per sempre con un’assenza. Gli ultimi episodi ci ricordano quanto sia necessario reagire prima che una nuova tragedia costringa ancora una volta il Paese a domandarsi che cosa avrebbe potuto fare.

La storia dovrebbe averci insegnato quanto sia stato lungo il cammino delle donne verso la libertà. Simone de Beauvoir scriveva nel 1949: «Non si nasce donna: lo si diventa». Una frase che attraversa il Novecento e ci ricorda quanto l’identità e il ruolo attribuiti alla donna siano stati condizionati da modelli culturali e sociali. Negli anni Settanta un altro principio sarebbe diventato simbolo del movimento femminista: «Il personale è politico». Ciò che accadeva dentro una casa, all’interno di una relazione o di una famiglia, non poteva più essere considerato una questione esclusivamente privata.

In Italia sono trascorsi appena 45 anni dall’abolizione del cosiddetto delitto d’onore. Fino al 1981 il nostro ordinamento prevedeva infatti una pena fortemente ridotta per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella in circostanze legate alla tutela del proprio «onore». È un passaggio storico che oggi appare lontanissimo e che invece appartiene a un passato sorprendentemente vicino.

Le leggi sono cambiate, la società è cambiata, ma evidentemente non abbastanza. E proprio il modo in cui è cambiata la società ci impone oggi una riflessione ulteriore. Le relazioni sono diventate più complesse, i confini tra vita reale e dimensione digitale sempre più sottili e, talvolta, anche i segnali di una relazione squilibrata sono più difficili da distinguere. Il controllo può nascondersi dietro una richiesta apparentemente innocua, la gelosia dietro un messaggio continuo, la possessività dietro la pretesa di sapere sempre dove si trovi l’altra persona, con chi sia e che cosa stia facendo. Comportamenti che rischiano di essere normalizzati e che, invece, dobbiamo imparare a riconoscere.

Viviamo inoltre in una società che negli ultimi decenni ha trasformato profondamente ruoli, abitudini e rapporti tra uomini e donne. È stato un cambiamento necessario, che ha accompagnato conquiste fondamentali di libertà e autonomia femminile. Ma ogni grande trasformazione sociale richiede anche la capacità di costruire nuovi punti di riferimento. Quando questi vengono meno, il rischio è che nelle relazioni si creino incomprensioni, fragilità e conflitti che non sappiamo più interpretare prima che degenerino.

Per questo credo sia necessario recuperare un equilibrio autentico nel rapporto tra uomo e donna. Non significa tornare indietro, né riproporre ruoli che la storia ha giustamente superato. Significa andare avanti costruendo un rapporto nuovo, fondato sulla pari dignità, sul rispetto e sulla libertà reciproca. La conquista dell’autonomia femminile non può essere vissuta come una perdita di ruolo o di identità maschile, così come l’affermazione dell’uno non può mai richiedere la rinuncia alla libertà dell’altra.

Uomo e donna non devono essere avversari. Devono potersi incontrare su un terreno nel quale nessuno prevalga, nessuno possieda e nessuno debba sentirsi minacciato dalla libertà dell’altro. È questo equilibrio che dobbiamo ricostruire, soprattutto nelle nuove generazioni: la capacità di vivere una relazione senza trasformarla in dipendenza, di accettarne anche la fine e di comprendere che amare una persona significa innanzitutto riconoscerne la libertà.

È anche questa una delle grandi sfide culturali del nostro tempo: educare non soltanto le donne a riconoscere la violenza e a chiedere aiuto, ma donne e uomini a costruire relazioni fondate sul rispetto, sul dialogo e sull’accettazione della libertà reciproca. Perché la prevenzione più profonda comincia proprio qui, prima della denuncia e prima dell’intervento delle istituzioni: nella capacità di distinguere l’amore dal possesso, la cura dal controllo e il legame dalla sopraffazione.

La repressione è indispensabile, ma interviene quando la violenza è già avvenuta. La vera sfida è riuscire ad agire prima.

Dobbiamo imparare a riconoscere i segnali: il controllo ossessivo, la gelosia trasformata in sorveglianza, l’isolamento, le minacce, le umiliazioni, la persecuzione, il controllo dei movimenti e delle relazioni, la convinzione che la libertà dell’altra persona rappresenti un affronto. Nessuna di queste manifestazioni può essere confusa con l’amore. E soprattutto dobbiamo ascoltare una donna quando trova il coraggio di chiedere aiuto.

Lo stalking, in particolare, non deve mai essere sottovalutato. Pedinamenti, telefonate e messaggi continui, appostamenti, minacce, intrusioni nella vita privata e tentativi di controllo possono rappresentare i segnali di una progressione della violenza. Riconoscerli e intervenire tempestivamente può significare impedire che una persecuzione si trasformi in qualcosa di irreparabile.

È proprio su questo principio che da anni si fonda l’impegno della Fondazione Artemisia ETS, che ho l’onore di presiedere. Abbiamo scelto di mettere al centro la persona e di costruire intorno alle donne che vivono situazioni di violenza, stalking o particolare fragilità una rete concreta di ascolto e assistenza. Attraverso un’équipe multidisciplinare di medici, psicologi e avvocati offriamo orientamento e percorsi personalizzati, perché uscire dalla violenza significa spesso dover affrontare contemporaneamente ferite fisiche, psicologiche, familiari e sociali.

A disposizione di chi vive una condizione di paura, violenza o persecuzione c’è il numero verde della Fondazione Artemisia ETS 800 967 510, attivo 24 ore su 24, attraverso il quale è possibile ricevere ascolto e assistenza. Chiedere aiuto può sembrare un gesto difficilissimo, soprattutto quando si è stati progressivamente isolati o intimiditi. Proprio per questo è essenziale che dall’altra parte ci sia una rete pronta ad ascoltare.

Negli anni abbiamo voluto costruire questa rete anche attraverso la collaborazione con le istituzioni. Un passaggio particolarmente importante è rappresentato dal protocollo d’intesa con la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, nato per sviluppare iniziative finalizzate alla prevenzione, all'informazione e alla tutela delle vittime. Nell’ambito di questa collaborazione si inserisce anche il progetto RIGENERADERMA, dedicato alle donne che hanno riportato cicatrici invalidanti in conseguenza di reati commessi nell’ambito della violenza di genere o domestica.

La collaborazione con la Polizia di Stato assume un valore che va oltre l’assistenza successiva alla violenza: significa diffondere conoscenza sul territorio, spiegare quali siano i primi segnali da non ignorare, far conoscere gli strumenti di tutela e incoraggiare le vittime a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

Particolare attenzione viene dedicata alle donne che hanno riportato sfregi o gravi lesioni in conseguenza della violenza, accompagnandole, con il contributo di specialisti qualificati, in percorsi di cura e ricostruzione che non riguardano soltanto il corpo, ma anche la possibilità di recuperare fiducia, autonomia e dignità.

Ma intervenire sulle conseguenze non basta. La prevenzione deve cominciare prima, soprattutto dalla scuola e dall’educazione delle nuove generazioni. In questa direzione assume particolare rilievo il Protocollo d’intesa sottoscritto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e la Fondazione Artemisia ETS, che riconosce il valore scientifico, civico e formativo del percorso Artemisia Academy – Formazione Scuola-Lavoro.

È un riconoscimento importante, che rafforza l’impegno della Fondazione nel portare nel mondo della scuola competenze, conoscenze e strumenti capaci di contribuire alla crescita consapevole dei più giovani. La formazione diventa così anche prevenzione: parlare con ragazze e ragazzi di rispetto, dignità della persona, parità, libertà nelle relazioni e capacità di riconoscere comportamenti di controllo e sopraffazione significa intervenire sulle radici culturali dalle quali può nascere la violenza.

È proprio tra i giovani che dobbiamo costruire un cambiamento duraturo. Educare significa insegnare che amare non vuol dire possedere, che un «no» deve essere rispettato, che la gelosia non giustifica il controllo e che la fine di una relazione non può mai trasformarsi in persecuzione. Significa però anche educare al dialogo tra uomo e donna, alla capacità di comprendere l’altro e alla gestione delle emozioni, delle frustrazioni, del rifiuto e della separazione.

La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito rappresenta, da questo punto di vista, un tassello fondamentale di quella rete di prevenzione che deve unire scuola, famiglie, istituzioni, sanità, Forze dell’ordine e Terzo settore.

Come Presidente della Fondazione Artemisia ETS e come donna, credo profondamente nel valore della prevenzione. Lo facciamo ogni giorno per proteggere la salute delle persone e dobbiamo imparare a farlo con altrettanta determinazione quando a essere in pericolo è la loro sicurezza. Sanità, istituzioni, scuola, famiglie, Forze dell’ordine, servizi sociali e Terzo settore devono essere parti della stessa rete.

Una donna non appartiene a un uomo. Non appartiene a un marito, a un compagno o a un ex compagno. La sua libertà non è una concessione e il suo «no» non deve essere negoziato. Allo stesso tempo dobbiamo insegnare agli uomini, fin da ragazzi, che il rifiuto, la separazione e la libertà dell’altra persona non rappresentano una sconfitta, un’umiliazione o una sottrazione della propria identità. È anche da questa consapevolezza che può nascere quell’equilibrio nuovo tra uomo e donna di cui la nostra società ha bisogno.

Ogni donna uccisa rappresenta una sconfitta collettiva. Per questo gli ultimi femminicidi non possono essere considerati soltanto gli ultimi casi di una lunga sequenza. Devono essere un allarme. Non possiamo limitarci all’indignazione dei giorni successivi all’ennesima tragedia. Dobbiamo conservare la stessa attenzione quando le telecamere si spengono e i nomi delle vittime scompaiono dalle prime pagine.

È anche per questo che, con la Fondazione Artemisia ETS, continueremo a esserci: nell’ascolto, nella prevenzione, nella formazione, nell’assistenza e soprattutto accanto a chi trova la forza di chiedere aiuto. Continueremo a farlo insieme alle istituzioni e alle Forze dell’ordine, cercando di costruire quella rete di protezione che può fare la differenza tra una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata e una vita salvata.

Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sola nel momento in cui decide di liberarsi dalla violenza.

La civiltà di una società si misura anche dalla capacità di proteggere chi chiede aiuto. E arriveremo davvero alla fine di questa battaglia soltanto quando nessuna donna dovrà più avere paura della persona che dice di amarla.