Fondazione Artemisia: "L’allarme silenzioso del futuro. Ai nostri ragazzi dobbiamo dire la verità"

ROMA – L'intelligenza artificiale, la robotica e le nuove tecnologie stanno avanzando a una velocità mai vista prima. Ogni giorno vengono presentati strumenti sempre più sofisticati, capaci di svolgere attività che fino a ieri erano affidate esclusivamente alle persone. Un progresso che affascina, incuriosisce e promette efficienza. Ma dietro l'entusiasmo collettivo si nasconde una domanda che pochi hanno il coraggio di affrontare.

A lanciare la riflessione è la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia, che invita istituzioni, famiglie e mondo della formazione a interrogarsi sul futuro delle nuove generazioni.

  

«Ci stiamo abituando a parlare dei vantaggi dell'intelligenza artificiale, ma quasi nessuno affronta il tema delle conseguenze sociali che questa trasformazione porterà con sé. Se le macchine saranno in grado di sostituire una parte sempre più ampia del lavoro umano, dobbiamo chiederci che spazio rimarrà per milioni di persone».
La riflessione nasce anche dall'esperienza diretta. Nelle nuove strutture sanitarie, spiega Giorlandino, vengono già proposti sistemi automatizzati in grado di sostituire i centralini tradizionali. Voci artificiali cortesi, disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro, capaci di fornire informazioni in modo rapido e preciso. Una soluzione efficiente, ma che apre interrogativi inevitabili.

«Se un avatar o un sistema di intelligenza artificiale può svolgere il lavoro di un operatore, dove andranno le persone che oggi svolgono quella mansione? Dove troveranno occupazione coloro che lavorano negli uffici, nei servizi amministrativi, nella gestione delle informazioni?».

Secondo la presidente della Fondazione Artemisia, il vero rischio è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli aspetti positivi dell'innovazione, senza preparare adeguatamente i giovani alle profonde trasformazioni che li attendono.

«Abbiamo il dovere di essere sinceri con i ragazzi. Non possiamo limitarci a raccontare loro un futuro fatto soltanto di opportunità tecnologiche. Dobbiamo anche spiegare che il mercato del lavoro cambierà radicalmente e che molte professioni potrebbero scomparire o essere profondamente ridimensionate».

Da qui l'appello a ripensare i percorsi educativi e formativi, valorizzando competenze che difficilmente potranno essere replicate dalle macchine. «Forse dovremo tornare a dare maggiore importanza alle professioni manuali, all'artigianato, ai lavori che richiedono sensibilità umana, capacità relazionali, creatività e presenza fisica. Dobbiamo iniziare oggi a costruire le competenze che serviranno domani».

La preoccupazione della dottoressa Giorlandino si estende anche alle implicazioni sociali di lungo periodo. Se la tecnologia dovesse concentrare ricchezza e opportunità nelle mani di pochi soggetti, il rischio sarebbe quello di creare una società sempre più diseguale, nella quale intere generazioni potrebbero trovarsi escluse dal mercato del lavoro.

«Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma dobbiamo anche spiegare loro che, un domani, quelle stesse tecnologie potrebbero diventare concorrenti diretti nel mondo del lavoro. Prepararli significa renderli consapevoli, non spaventarli».

Per la Fondazione Artemisia, il tema non riguarda il rifiuto del progresso, ma la necessità di governarlo con responsabilità. L'innovazione deve restare uno strumento al servizio dell'uomo e non trasformarsi in un processo che finisce per sostituirlo senza che la società abbia predisposto adeguate tutele.

«La tecnologia può rappresentare una straordinaria opportunità per l'umanità. Ma il vero progresso non si misura dalla capacità delle macchine di fare tutto. Si misura dalla capacità della società di non lasciare indietro nessuno. E oggi il nostro primo dovere è dire la verità ai giovani sul mondo che li aspetta».