BIM, cioè la trasformazione digitale dell’edilizia in Italia

“Da opportunità di pianificazione e qualificazione il BIM è diventato un costo e un adempimento burocratico”. Riccardo Erbi è il consigliere delegato di La Cascina Costruzioni, impresa leader che opera su tutto il territorio nazionale con oltre 220 tra manager e maestranze, 87 milioni di fatturato e 130 milioni di portafoglio clienti, all’interno del Consorzio La Cascina (oltre 600 milioni di fatturato e più di 16mila operatori). Con lui parliamo di BIM (Building Information Modeling) e della trasformazione digitale del settore delle costruzioni in Italia. Con il BIM si è passati dalle due dimensioni (le “tavole” dei progetti) a sistemi che integrano modelli 3D, tempo, costi, gestione della manutenzione, sostenibilità, tutto condiviso tra progettisti, impresa, direzione lavori, stazione appaltante, facility manager. In Italia l’applicazione del BIM è obbligatorio per tutti i lavori pubblici di importo superiore ai 2 milioni di euro.

Nel migliore dei mondi possibili, questo sarebbe un sistema vincente per valorizzare il patrimonio immobiliare italiano, particolarmente per La Cascina Costruzioni, che ha centrato per tempo tutti gli obiettivi di formazione e utilizzo del BIM.

  

“Ma una realtà ancora ibrida come l’italiana finisce per penalizzare chi come noi offre maggiore competenza”, riprende Erbi. La sua ricostruzione è lineare: “il percorso di adozione del BIM è stato graduale, ma… accelerato”. Nel 2019 infatti la soglia obbligatoria per il BIM erano 100 milioni di euro, diventati 50 milioni nel 2020, 15 milioni nel 2021, 5 milioni del 2022, 2 milioni del 2025. Bisogna poi capire che in Italia le opere pubbliche oltre i 50 o 100 milioni di euro sono realizzate da una decina di grandi amministrazioni pubbliche, che hanno già professionalità e risorse per il BIM. Gli altri no. A questo punto, spiega Erbi, una catena di eventi cambia lo scenario, peggiorandolo: “il covid, che ha sostanzialmente privato il sistema di due anni di sperimentazione del BIM; la soglia per il BIM che si abbassa a 2 milioni di euro; l’arrivo di 200 miliardi di lavori del PNNR, da realizzare in 3 anni”.

E’ qui che il Sistema Italia non regge. Tre ragioni. Primo, le pubbliche amministrazioni che realizzano opere sopra i 2 milioni sono tantissime ma spesso hanno un solo dirigente tecnico (se lui segue un corso di formazione sul BIM tutto si ferma) e non hanno fondi per software o PC adatti al BIM. Secondo, i progettisti, che entrano in campo senza conoscere il BIM, e in caso di vittoria della gara si organizzano… dopo (“per questo nei cantieri ci ritroviamo progettazioni in BIM approssimative, subappaltate ad altri progettisti e di difficile lettura” sottolinea Erbi). Infine, le imprese che realizzano opere da 2 milioni di euro sono piccole e medie, brave sul piano esecutivo ma non su quello tecnico-organizzativo, pochissime hanno esperti di BIM - che per loro diventa il costo di dover affidare a tecnici terzi quanto si doveva fare in casa.

Ecco dunque che “migliaia di piccoli Comuni, studi professionali e imprese avrebbero avuto bisogno di più tempo e modi diversi per vivere il BIM come opportunità e non come obbligo, soprattutto di fronte al PNRR. Il nuovo Codice degli appalti, emanato in concomitanza del PNRR, invece di allargare le maglie le ha chiuse”. Spagna, Francia, Germania hanno adottato un approccio più adeguato, scandito nel tempo, indica Erbi, e conclude: “In Italia la Cascina Costruzioni ha potuto tenere il passo, ma ciò che andrebbe fatto è ricomporre questa frattura del sistema, stabilire per stazioni appaltanti, aziende, studi di ingegneria degli obblighi graduali in funzione delle loro dimensioni. A quel punto tutti parleremo, comprendendoci, lo stesso linguaggio, quello della crescita”.