Giancarlo Buffo, ad di Cisla: così la guerra ridisegna l’economia globale
La guerra in Medio Oriente non è soltanto un nuovo fronte di instabilità geopolitica destinato a produrre tensioni sui mercati energetici e sulle materie prime. È qualcosa di più profondo: un’accelerazione di un processo già in atto che sta mettendo definitivamente in discussione l’assetto economico globale degli ultimi decenni.
«Non è una parentesi, ma un passaggio strutturale. E il punto, sempre più evidente, è che non si tornerà indietro».
A dirlo con chiarezza è Giancarlo Buffo, amministratore delegato di Cisla – realtà industriale italiana inserita nelle catene di approvvigionamento di grandi gruppi internazionali – che invita a leggere la crisi non solo per i suoi effetti immediati, ma per le implicazioni di lungo periodo.
«Quello che è certo è che non si tornerà al sistema precedente», osserva. «Potrà esserci un sistema migliore, potrà esserci un sistema simile con alcuni aspetti che verranno mantenuti, ma il sistema precedente ha dimostrato il suo fallimento e la necessità di un nuovo modello».
È questo il vero baricentro dell’analisi. Perché se la cronaca è dominata da petrolio, gas e tensioni sui mercati, il tema di fondo è un altro: «La crisi sta ridisegnando le catene globali del valore e riportando al centro variabili che la globalizzazione aveva progressivamente marginalizzato, a partire dal rischio geopolitico», spiega l’imprenditore.
I primi effetti sono già visibili lungo tutta la filiera industriale. «Quello che vediamo oggi è un aumento molto più marcato dei costi energetici rispetto alle prime settimane», osserva Buffo. «E questo inevitabilmente comincia a trasferirsi lungo tutta la filiera industriale».
Ma il vero salto di qualità non è nei numeri, bensì nei comportamenti. «La crisi sta congelando le decisioni. C’è un clima di incertezza complessiva e su questa incertezza tutto il sistema delle imprese sta alla finestra a guardare», afferma l’AD di Cisla. «Se ci sono degli investimenti da fare, in questo momento rimangono in attesa per capire cosa succede».
È il segnale tipico dei passaggi di fase: non tanto lo shock immediato, quanto la sospensione delle scelte strategiche. In questo contesto torna centrale un concetto che sembrava essersi attenuato nella lunga stagione della globalizzazione: il rischio Paese.
«Nelle strategie delle multinazionali il rischio Paese torna a essere uno degli elementi di valutazione che condizioneranno anche gli investimenti», osserva Buffo. «Preoccupa di più la situazione di assenza di sicurezza, assenza di certezza».
Il cambiamento è già in atto nelle catene di approvvigionamento. «Le multinazionali hanno inviato ai propri fornitori richieste di dichiarazione per verificare che quanto sta avvenendo in Medio Oriente non implichi un fermo della supply chain», racconta. «Anche noi l’abbiamo ricevuta».
Di fatto, le grandi aziende stanno testando la resilienza delle filiere costruite negli ultimi anni, spesso su logiche di delocalizzazione e massimizzazione dell’efficienza di costo. E qui emerge una frattura sempre più netta tra modelli diversi.
«Noi siamo in grado di garantire continuità perché tutte le forniture vengono acquistate sul mercato domestico o su quello europeo», spiega Buffo. «Possono esserci variazioni di prezzo, ma non problemi di disponibilità della materia prima. In generale, chi privilegia l’acquisizione di materie prime vicino ai siti produttivi corre meno rischi».
«In questo scenario l’obiettivo», spiega Buffo, «deve essere quello di costruire «un nuovo modello di sviluppo che consenta a famiglie e imprese una nuova dimensione sociale che dal locale guardi a orizzonti globali. Io l’ho chiamato localismo strategico, inteso come la capacità delle comunità locali – anche come sistemi Paese – di generare risorse e valore aggiunto mettendo a frutto le potenzialità presenti nei singoli territori».
È un passaggio chiave, che si sposa perfettamente con il contesto che sta emergendo dal conflitto in Medio Oriente, perché indica una direzione precisa: il ritorno a filiere più corte, più integrate e più controllabili. «In Europa paradossalmente potremmo trovarci in una fase di vantaggio», osserva Buffo. «Ma abbiamo il tema dei costi energetici, che in Italia e in Europa restano critici».
La contraddizione è evidente: il riavvicinamento delle produzioni può rafforzare il sistema industriale europeo, ma il nodo energetico rischia di limitarne la competitività.
Tuttavia, fermarsi a questa dimensione sarebbe riduttivo. Per Buffo «il conflitto è parte di un processo più ampio di ridefinizione degli equilibri globali. Oggi in ballo è lo scontro fra grandi blocchi per arrivare a un nuovo ordine mondiale», afferma. «Le regole che valevano nel vecchio ordine probabilmente non sono più adeguate al nuovo sistema che verrà».
È qui che si innesta il tema centrale: il nuovo modello di sviluppo. «Senza un nuovo modello non si riequilibrano le situazioni», dice Buffo. «E per trovare un nuovo equilibrio è essenziale che ogni singola nazione, ogni singolo continente, creino un valore aggiunto che li porti a sentirsi parte del nuovo ordine che verrà costituito».
Tradotto: meno dipendenza, più autonomia strategica, maggiore capacità di generare valore interno. Come ciò potrà essere realizzato, è tutt’altro tema.
«Nel contesto attuale le imprese, così come i cittadini, si sentono per certi versi impotenti e ridotti a semplici osservatori. Invece, possono dare un contributo alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo, con proposte e suggestioni che in questa fase rappresentano uno spazio reale di azione», spiega Buffo.
È una chiamata alla responsabilità che riguarda direttamente l’Europa. Perché il nuovo contesto globale non sarà più caratterizzato da un equilibrio stabile e prevedibile, ma da una competizione tra blocchi, da una maggiore instabilità e da una ridefinizione continua delle regole economiche.
Una trasformazione profonda. Perché, come sintetizza Buffo, «il mondo vecchio è finito».
E la vera partita, oggi, non è gestire la crisi, ma costruire il modello che verrà.