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Giustizia, la richiesta che faceva Enzo Tortora: "Tornare sui binari della civiltà"
Con il referendum costituzionale sul sistema giudiziario alle porte, fissato per il 22 e 23 marzo 2026, la campagna del “Sì” assume una forte valenza simbolica e storica. Il comitato “Cittadini per il Sì - Comitato Nazionale” ha deciso di evocare uno dei casi più emblematici di ingiustizia giudiziaria nella storia italiana: la vicenda del presentatore Enzo Tortora, ingiustamente accusato e detenuto negli anni ’80. In un video diffuso sui social, il comitato ripropone un’intervista storica realizzata dal giornalista Enzo Biagi, dove Tortora rifletteva sul rapporto dei cittadini con la giustizia. Seduto davanti alla telecamera, il volto segnato dall’esperienza del carcere, il presentatore parlava della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
“Io capisco la gente quando alle volte dice "ma se uno va in galera qualcosa avrà pur fatto" oppure "se sta tanto in galera magari qualcosa c’è sotto". Anch’io fino al giorno prima ero tra quelli”, spiegava, riconoscendo come l’istinto di fiducia nella giustizia sia naturale, ma non sempre sufficiente a garantire equità. La vicenda di Tortora non fu solo un episodio personale drammatico, ma un monito per l’intero Paese sulla necessità di un sistema giudiziario trasparente e affidabile. “Una visione della vita forse eccessivamente riposata su alcune certezze. Sono le certezze che la gente ha il diritto, dovrebbe avere il diritto di possedere: la giustizia come colonna portante di uno Stato di diritto e di una democrazia”, aggiungeva, sottolineando come la fiducia dei cittadini debba poggiare su principi concreti e non su percezioni o pregiudizi.
Oggi, queste parole vengono richiamate dai promotori del “Sì” come simbolo della necessità della riforma costituzionale in discussione. Il referendum riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una modifica che punta a garantire maggiore autonomia e indipendenza all’interno della magistratura, evitando conflitti di interesse e rafforzando la trasparenza. Secondo gli esperti del comitato, la riforma non è un semplice aggiornamento tecnico: rappresenta un passaggio cruciale per ristabilire la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. “Nel frattempo, nel nostro diritto, nel nostro codice, nelle nostre leggi non è più esattamente così, occorre che le cose tornino sui binari della civiltà”, affermava Tortora, evidenziando l’urgenza di correggere distorsioni e proteggere le persone da ingiustizie simili a quelle che aveva subito.
La campagna del “Sì”, dunque, si fonda su un duplice messaggio: memoria storica e responsabilità civica. Ricordare la vicenda di Tortora significa richiamare l’attenzione su quanto sia fragile la fiducia nelle istituzioni quando il sistema giudiziario non funziona pienamente. I promotori del referendum sottolineano come il voto del 22 e 23 marzo non sia un semplice adempimento tecnico, ma un atto che può rafforzare le fondamenta della democrazia: “È un tributo alla giustizia, perché ogni cittadino deve poter avere la certezza che le regole siano uguali per tutti e che gli errori non rimangano impuniti”, spiegano.
La riforma punta a introdurre percorsi separati per i magistrati e i pubblici ministeri, in modo che le carriere siano autonome e non influenzate da rapporti gerarchici che potrebbero generare conflitti di interesse. Questo cambiamento è ritenuto fondamentale per assicurare imparzialità e trasparenza nelle decisioni giudiziarie, così come richiesto da anni da studiosi, giuristi e organizzazioni civiche. Secondo i sostenitori del “Sì”, la separazione delle carriere rafforza il principio di indipendenza della magistratura, riduce il rischio di pressioni interne e restituisce ai cittadini la fiducia in un sistema che deve essere percepito come equo e affidabile.
La storia di Tortora diventa così un monito vivo: la giustizia non è solo un concetto astratto, ma deve restare il pilastro della democrazia. Gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi nei due giorni di voto e la partecipazione è considerata fondamentale dai promotori della riforma. In conclusione, la vicenda di Enzo Tortora, il coraggio con cui affrontò l’ingiustizia e le sue parole ancora oggi così profonde, rappresentano un monito: solo riforme concrete e scelte consapevoli dei cittadini possono garantire che la giustizia resti un pilastro inamovibile della democrazia italiana.