Social network vietati ai minori di 16 anni: il modello Australia e il dibattito aperto in Italia
L'Australia è diventata il primo paese al mondo a vietare l'accesso ai social media ai minori di 16 anni, con la legge entrata in vigore il 10 dicembre 2025. Questa misura sta suscitando discussioni globali, anche in Italia, dove un dibattito simile è in corso senza essere ancora giunti a delle proposte concrete. Vediamo cos’è il modello Australia per i social network e su cosa verte il dibattito pubblico sul tema in Italia.
Cosa prevede la legge australiana
La legge emanata in Australia, denominata Online Safety Amendment Social Media Minimum Age Act 2024, è stata approvata dal Parlamento australiano il 29 novembre 2024 e resa operativa dal 10 dicembre 2025. Vieta esplicitamente la creazione o il mantenimento di account sui social media per chiunque abbia meno di 16 anni, senza eccezioni nemmeno con il consenso dei genitori. Le piattaforme colpite includono Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, YouTube, Reddit, X, Twitch, Kick, Threads e altre classificate come "social media age-restricted" dall'eSafety Commissioner. A seguito dell’operatività del provvedimento, Meta ha già iniziato a cancellare automaticamente centinaia di migliaia di account non conformi, inviando notifiche agli utenti under 16. Le violazioni comportano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani per piattaforma.
Le motivazioni alla base della nuova legge
Il governo australiano ha motivato la necessità di emanare una norma così stringente a seguito delle crescenti preoccupazioni per gli effetti negativi dei social sulla salute mentale dei giovani, inclusi ansia, dipendenza, cyberbullismo e pressione sociale. Secondo gli studi riportati anche dalla Fondazione Veronesi, un maggior tempo trascorso davanti agli schermi causa un aumento di ansia e stress, con conseguenze importanti sull’attenzione e sullo sviluppo delle capacità cognitive. I minori sono esposti a contenuti dannosi come algoritmi, che promuovono materiali estremi, isolamento sociale e stress psicologico derivante da confronti costanti. Fenomeni pericolosi, come le "sfide" virali su TikTok, hanno causato tragedie anche in Italia. Ricordiamo, tra tanti, il caso di Antonella, una bambina di 10 anni che nel 2021 morì dopo aver partecipato alla "Blackout Challenge”. Questo esempio evidenzia come provocazioni di questo genere abbiano portato alla morte di adolescenti in situazioni estreme, con esempi simili in tutto il mondo.
La sicurezza prima di tutto
Oggi, la sicurezza online degli utenti è diventata una priorità imprescindibile a livello globale. Dalle piattaforme social alle piattaforme videoludiche con slot online, una sola idea guida l’azione dei governi e delle aziende: sicurezza digitale. Grazie a soluzioni automatizzate basate su intelligenza artificiale, machine learning e biometria, le aziende possono analizzare documenti d’identità, effettuare controlli cross-database e verificare l’autenticità dei volti in tempo reale durante la registrazione degli utenti, mantenendo così piena conformità con requisiti come AML. Le tecnologie di age verification analizzano dati anagrafici o stimano l’età tramite algoritmi biometrici, mentre i processi KYC/AML sincronizzano credenziali e controlli contro liste di rischio per ridurre frodi, multi-accounting e abusi. Questi strumenti non solo consentono alle piattaforme di soddisfare regolamenti sempre più stringenti in diverse giurisdizioni, ma rafforzano la fiducia degli utenti offrendo ambienti di gioco più trasparenti e protetti da attività illecite.
Come verrà attuata la legge
L’attuazione della legge prevede sin da subito delle azioni. Le piattaforme sulle quali ricade il provvedimento devono implementare "misure ragionevoli" per verificare l'età, come analisi facciale AI, selfie video, dati comportamentali o controlli opzionali con ID governativi, senza poter richiedere documenti obbligatori. Gli account esistenti degli under 16 vengono disattivati o cancellati automaticamente, con opzioni di verifica per chi compie 16 anni entro tre anni in alcuni casi, come per Snapchat. Sono però già emersi problemi tecnici: i minori aggirano i controlli con VPN, account falsi o trucchi creativi, e sistemi come il riconoscimento facciale si rivelano permissivi o inaccurati. La legge stessa ammette che il sistema non sarà perfetto, affidandosi a tecnologie immature con rischi per privacy e enforcement. Risulta essere comunque un primo passo per arginare il fenomeno e un inizio per favorire l’implementazione di sistemi più efficaci e di promuovere anche maggiore consapevolezza non solo sui rischi ma anche sulla possibilità di utilizzare al meglio la tecnologia, senza sfociare in dipendenze.
La situazione in Italia
In Italia non c’è una legge simile a quella australiana, ma il dibattito è acceso con petizioni come quella di Alberto Pellai e Daniele Novara, che ha superato le 100.000 firme chiedendo il divieto di smartphone sotto i 14 anni e social sotto i 16. Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico, loda il modello australiano per l'obbligo imposto alle piattaforme di verificare l'età con multe salate. Ci sono poi almeno quattro proposte di legge in Parlamento, ma nessuna approvata, con enfasi su educazione digitale da parte di associazioni piuttosto che divieti assoluti. L’Europa sta pensando di emanare una legge che segue la scia australiana, aumentando l’età minima per i social a 16 anni, ma restano i nodi per le autenticazioni e la valutazione dell’autorizzazione dei genitori. Dopo l’entrata in vigore della legge australiana, molti italiani si sono favorevoli alle limitazioni sui social, anche perché i genitori notano che gli adolescenti trascorrono tantissimo tempo guardando il telefono.
Pro e contro
La legge ha dei vantaggi significativi, come proteggere i minori da contenuti nocivi, ridurre l'esposizione a cyberbullismo e pressioni sociali, favorendo interazioni offline e migliorando sonno e benessere mentale, come riportato da famiglie australiane. Riduce anche la dipendenza da schermi, restituendo "tempo prezioso per l'infanzia". Ha però anche dei contro: i giovani potrebbero migrare verso piattaforme non regolamentate, app di messaggistica meno sicure o spazi "underground" privi di moderazione, isolando ulteriormente vulnerabili come LGBTQ+ o vittime di abusi domestici che usano i social per supporto. Dubbi persistono anche su privacy (dati biometrici), efficacia delle verifiche e impatto su diritti all'informazione.