cronaca
Delitti in famiglia e narcisismo patologico: il caso Maso analizzato da psichiatri e avvocati
Era riuscito a convincere alcuni amici ad aiutarlo a uccidere i genitori, dopo tre tentativi andati a vuoto. Sono trascorsi 34 anni dall'omicidio dei coniugi Maso, avvenuto il 17 aprile 1991 a Montecchia di Crosara, in provincia di Verona. Il terribile caso di cronaca nera è stato ricordato nel corso del programma Psiche Criminale, in onda sul canale 122 Fatti di Nera. Pietro Maso uccise entrambi i suoi genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari, aiutato da tre amici: i diciottenni Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, e un diciassettenne. Il suo obiettivo era la loro eredità. Il giovane venne arrestato due giorni dopo, poi condannato a 30 anni di reclusione per duplice omicidio volontario premeditato e pluriaggravato, sentenza emessa nel 1992 e confermata fino alla Corte di Cassazione, con il riconoscimento della semi-infermità mentale al momento del fatto. Ai suoi complici, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, venne inflitta una pena di 26 anni, mentre il minorenne fu condannato a 13 anni.
Pietro Maso ha scontato 22 anni di carcere ed è stato rimesso in libertà nel 2013: fino al 2016 ha svolto un percorso di riabilitazione in una clinica psichiatrica, per poi diventare giardiniere e prestare attività di reinserimento sociale in una onlus.
Nel corso delle indagini era emerso come il delitto fosse pianificato da tempo ed era stato preceduto da tre tentativi falliti. In un caso, in particolare, Pietro Maso aveva lasciato una bombola del gas aperta. Il delitto venne commesso nella notte fra mercoledì 17 e giovedì 18 aprile 1991. I quattro si ritrovarono per discutere i dettagli dell'azione e con loro c'era un quinto amico, Michele, che era stato informato del progetto affinché ne prendesse parte, ma credette fino all'ultimo che si trattasse di uno scherzo, tanto che li accompagnò fino a casa di Maso per poi andarsene continuando a non credere agli amici. Alle 23 i coniugi Maso fecero ritorno a casa e vennero massacrati con un tubo di ferro e una pentola, poi colpiti con calci in testa. Infine, la madre, sopravvissuta alla violenza, venne soffocata con del cotone in gola. Pietro Maso e un amico andarono in discoteca per costruirsi un alibi, mentre gli altri due tornarono a casa.
“La perizia psichiatrica del professor Andreoli ha ricostruito il quadro della personalità di Pietro Maso – ha spiegato la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini – in cui esisteva il ragazzo timido, protetto dalla famiglia e da bambino spesso malato, ma anche il personaggio Pietro Maso, l'alter ego, tutto ciò che non era stato. Un altro se stesso, che fuori dalla propria famiglia vestiva i panni di quello che voleva essere: potente, famoso, carismatico, ricco, narcisista e pervasivo, gli permetteva di sembrare quello che gli altri desideravano che fosse. Nel momento in cui ha cooptato gli amici, loro cercavano un leader che lui ha incarnato per tempo, un personaggio che gli permetteva di mantenere uno stile di vita in contraddizione con la famiglia e l'ambiente da cui provenivano. Loro incarnavano i tempi moderni: ragazzi ricchissimi, al di sopra della legge, della mediocrità che ritenevano appartenesse alle loro famiglie e ad altre persone. Purtroppo non c'è stato argine della sua famiglia al disturbo narcisistico, non è stato curato in quegli aspetti, fino ad arrivare al narcisismo patologico. La caratteristica principale dei narcisisti è aver bisogno di mostrare il loro valore attraverso ciò che sono in grado di fare economicamente. Il narcisista non ha limiti, alza sempre l'asticella, vuole sempre più denaro e territorio da conquistare, non è mai contento, ma in realtà è insicuro”.
Prima del duplice omicidio, erano stati messi in campo tentativi scoperti dagli stessi genitori. Secondo la dottoressa Lucattini “qui si vede la fragilità della famiglia, che lo ha protetto per evitare problemi giudiziari, magari pensando che fosse malato e in quegli anni ciò era considerato ancora una vergogna. Qualunque atto che poteva essere pericoloso, come le bombole del gas, veniva nascosto e minimizzato. Ma quello di Maso non fu un caso isolato. In un periodo economico positivo per quelle zone, si erano sviluppate quelle idee. Nati nella ricchezza economica e con possibilità diverse rispetto ai genitori, un gap generazionale che creava giovani con desideri diversi”.
Se si prende come riferimento il periodo tra il 2012 e il 2014, i delitti tra le mura domestiche sono il 43% del totale. Di questi, il 17,6% riguarda matricidi e parricidi. Tra gennaio 2012 e agosto 2024, in Italia sono stati commessi 2.110 omicidi in ambito familiare, con un picco di infanticidi. Durante il lockdown, nel 2020, il 53% degli omicidi totali è avvenuto in famiglia, per un dato poi calato al 45,7% nel 2023. Differenti, invece, i numeri rispetto a ciò che riguarda gli omicidi volontari, secondo quanto analizzato dal ministero dell'Interno nel decennio che va dal 2015 al 2024 e che mette in evidenza come ci sia stata un'importante decrescita del 33%, passando dai 475 eventi registrati nel 2015 ai 319 del 2024.
“Si uccide tra le mura domestiche a causa di dinamiche disfunzionali in famiglia – ha commentato Adelia Lucattini – che scatenano violenza, prepotenza, desiderio di controllare l'altro, che vengono ripetuti. Si parte da problemi nella coppia, che ricadono anche sui figli, creando una difficoltà emotiva e problemi di comunicazione, e capita quando uno dei partner ha disturbi narcisistici o è sociopatico. Solitamente la donna non se ne accorge in tempo e diventa vittima di una relazione malata. Se poi c'è uso di alcol e droga, aumentano i casi di violenza e aggressività”.
Per l'avvocato Luigi Alfano, “non si uccide solo per soldi. All'interno delle dinamiche familiari, possono inserirsi variabili tossiche e disfunzionali, stati ansiogeni e patologici che esplodono, rappresentando banali e semplici pretesti per uccidere. I rischi dell'escalation non avvengono dall'oggi al domani, ma con una serie infinita di condotte che determinano l'evento morte. Gli allarmi vanno decriptati, per questo è necessario uno specialista già nel corso delle indagini”.