IL CASO
Il giallo del visto turistico e l'ombra di traffici illeciti. Dossier su tavolo del Copasir
Nel 2025 l’Ambasciata italiana a Minsk ha rilasciato 50.709 visti Schengen uniformi su 50.912 domande: appena 203 dinieghi. Ben 50.176 documenti consentivano ingressi multipli. Nello stesso anno tutte le rappresentanze Schengen in Bielorussia ne hanno emessi 152.571: un visto su tre portava dunque il timbro italiano. Ancora più consistente il flusso dalla Federazione Russa: 161.121 visti uniformi rilasciati dai consolati italiani di Mosca e San Pietroburgo, su un totale Schengen di 618.806.
Sono statistiche della Commissione europea, costruite per luogo di presentazione e non per cittadinanza. Non dimostrano irregolarità, ma adesso che un visto italiano avrebbe aperto Schengen a un bielorusso con passaporto russo, sospettato per il drone esplosivo di Lipsia, l’intera attività di rilascio potrebbe finire al setaccio, comprese le pratiche degli anni precedenti. I dati del 2026 non sono ancora disponibili. Il caso del visto, però, è già sul tavolo della Farnesina e del Copasir, dopo che Berlino ha attribuito a Mosca l’attacco di Lipsia. Stando a quanto emerso dalle indagini tedesche, uno dei due sospettati sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto turistico emesso a fine aprile dalla rappresentanza italiana nella capitale bielorussa. Tracce di Dna lo collegherebbero al drone e all’esplosivo rinvenuti accanto a un cargo ucraino nella notte fra il 4 e il 5 agosto. L’uomo, cittadino bielorusso con passaporto russo, sarebbe già comparso negli archivi di polizia baltici. Elementi da verificare, ma sufficienti ad aprire un caso italiano dentro l’inchiesta tedesca. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha promesso accertamenti e le prime verifiche delle fonti di sicurezza italiane avrebbero escluso un transito dell’uomo dall’Italia.
Il problema, però, non è chiuso. Un visto uniforme rilasciato da uno Stato consente di muoversi nell’intera area Schengen. E adesso si dovrà chiarire chi presentò la domanda a Minsk, quale residenza dichiarò, quale destinazione principale indicò, quali documenti produsse e quali controlli furono eseguiti sul doppio profilo bielorusso e russo. Il dossier sarà esaminato anche dal Copasir. Alla prima seduta dopo la pausa estiva il Comitato chiederà una nota informativa sul visto. Dovranno essere ricostruiti intermediari, verifiche nelle banche dati, segnalazioni, durata e ingressi autorizzati. Il giallo diventa così una questione di sicurezza nazionale anche a causa di un precedente che pesa e che si trova a Tashkent. A maggio è stato arrestato a Roma l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese. La Procura contesta corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Secondo l’accusa, dalla sede italiana sarebbero stati concessi a cittadini russi visti turistici di lunga durata in cambio di somme fra 4 mila e 16 mila euro, aggirando l’obbligo di residenza consolare e altri controlli. Gli ingressi ritenuti illegittimi sono almeno 95, ma il perimetro degli accertamenti arriva a circa 400 pratiche. In 81 dei primi 92 fascicoli non risultava neppure l’ingresso fisico del richiedente nella sede diplomatica. Fu un’ispezione della Farnesina, nel luglio 2025, a scoprire le anomalie e ad avviare il percorso che portò alla rimozione del diplomatico e all’inchiesta penale. Tashkent non prova nulla su Minsk. Impedisce però di liquidare il visto del sospettato di Lipsia come una formalità amministrativa riuscita male. Per questo gli accertamenti dovranno stabilire se nel caso bielorusso ci sia stato un errore, un inganno ben costruito, l’uso di un canale destinato ad altri richiedenti o qualcosa di più grave. La domanda che circola nei corridoi della Farnesina, infatti, è proprio questa: il visto al bielorusso è un caso isolato, un errore di valutazione su un profilo poi rivelatosi pericoloso o c’è qualcosa di più?
Ma soprattutto: quando il visto fu concesso, nelle banche dati europee esistevano informazioni sull’uomo? «Controlleremo - ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani - C’è un processo per la concessione dei visti, perché devono esserci determinati requisiti. Se le persone li hanno, e non c'è nessun "alert" sulle singole persone, viene concesso il visto».
Forse è qui che si nasconde il giallo del visto italiano.