LA RIVELAZIONE SU GAZA
Gaza, altro che medici e giornalisti uccisi: erano affiliati alle milizie di Hamas
Almeno 25 tra operatori sanitari, giornalisti e calciatori morti nella Striscia di Gaza erano affiliati alle strutture militari di Hamas o della Jihad islamica palestinese. Lo mostrano i necrologi pubblicati dalle stesse organizzazioni e incrociati dal Times of Israel con le qualifiche civili attribuite alle vittime. Il gruppo più numeroso riguarda il personale sanitario: almeno 18 medici, infermieri, paramedici o dipendenti degli ospedali sono stati successivamente riconosciuti come membri delle due organizzazioni. Mohammed Akram al-Kafarna era stato ricordato dal sindacato palestinese degli infermieri e dall’International Council of Nurses come dirigente della categoria. Hamas lo ha poi indicato come combattente del Battaglione Nidal Nasser di Beit Hanoun, pubblicandone una fotografia in equipaggiamento militare con un fucile. Ahmad Adel Abu al-Hilal, presentato come infermiere dell’European Hospital di Khan Younis, è stato descritto dalla Jihad islamica come comandante di una squadra dell’Unità centrale d’informazione della Brigata di Rafah. Ayman Suleiman Abu Tir, infermiere del Nasser Hospital e responsabile della nutrizione clinica, è comparso nei necrologi come comandante dell’Unità centrale delle operazioni. Jaber Abd al-Hamid Mohammadin, infermiere della terapia intensiva del Rantisi Children’s Hospital, è stato indicato come comandante dell’unità di produzione militare.
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Tra i casi compare anche Fadi Jihad al-Wadiya, fisioterapista di Medici senza frontiere ucciso nel giugno 2024. MSF aveva denunciato la morte di un proprio operatore diretto a una clinica. Nel febbraio 2026 la Jihad islamica lo ha riconosciuto come membro dell’organizzazione e assistente dell’unità di produzione militare. MSF ha aggiunto una nota ai propri comunicati, precisando di non avere avuto informazioni su una sua attività armata e di non aver ricevuto prove da Israele. Lo stesso schema emerge per almeno sei giornalisti. Ahmed Abu Eisha, inserito dal Committee to Protect Journalists tra gli operatori dell’informazione uccisi, è stato successivamente definito dalla Jihad islamica comandante di unità e membro della struttura centrale d’informazione. Mohammed Nasser Abu Huwaidi, ricordato anche dall’Unesco come giornalista, è stato poi indicato come appartenente all’unità dei media militari. Yaqoub Anan al-Bursh, direttore esecutivo di Namaa Radio, risultava per Hamas membro del Battaglione Abdul Raouf Nabhan. Maysara Salah, accreditato come giornalista della Quds News Network, è stato identificato come combattente del Battaglione Fawzi Abu al-Qara. Il Committee to Protect Journalists ha rimosso almeno otto palestinesi dal proprio elenco dopo aver accertato una partecipazione ai combattimenti. La banca dati è scesa da 276 a 259 nomi, anche per altre correzioni.
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Ma restano differenze profonde tra le organizzazioni: Reporters Without Borders conta 220 giornalisti uccisi, mentre il progetto Stop Murdering Journalists ne indica 366 e dichiara di verificare l’attività professionale senza stabilire eventuali appartenenze armate. E poi ci sono i calciatori. Ahmed Abu al-Atta, presentato dopo la morte come giocatore dell’Al-Ahli Gaza. La Jihad islamica lo ha successivamente riconosciuto come vicecomandante dell’unità missilistica della Brigata di Gaza City. I necrologi diffusi nel 2026 hanno così attribuito ruoli militari a persone che, al momento della morte, erano state registrate nelle statistiche pubbliche soltanto attraverso la loro professione civile.