TEHERAN

Gli ayatollah perseguono pure chi è in esilio. Nel mirino il principe ereditario Reza Pahlavi

Francesca Musacchio

Il regime iraniano porta in tribunale l’opposizione in esilio e i media della diaspora, accusandoli di aver alimentato le proteste nazionali dell’8 e 9 gennaio.
Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha annunciato l’emissione di un atto d’accusa contro Reza Pahlavi, principe ereditario iraniano in esilio, e contro figure legate ai canali dell’opposizione Manoto TV e Iran International. Secondo Salehi, gli imputati sono accusati di aver contribuito a «creare le condizioni» per i disordini dell’8 e 9 gennaio, tra le proteste più sanguinose degli ultimi anni in Iran. I media vicini al regime, tra cui l’agenzia Fars, hanno rilanciato le sue parole senza fornire ulteriori dettagli sulle prove raccolte né sulla base giuridica dell’accusa. La risposta è arrivata da Tina Ghazimorad, ex direttrice di Manoto, che al Jerusalem Post ha definito l’iniziativa «intimidazione politica» e non un atto legale. «Questo regime sta cercando di criminalizzare il giornalismo, l’attivismo e il sostegno al popolo iraniano» ha detto, accusando Teheran di voler estendere oltre confine lo stesso controllo esercitato dentro il Paese contro stampa libera, attivisti e diaspora. La notizia arriva nel pieno di una fase in cui Teheran tenta di blindare il fronte interno, contenere la pressione delle aree curde, negoziare la gestione dello Stretto di Hormuz e preparare i funerali di Stato di Ali Khamenei. Nell’Iran occidentale, infatti, la tensione resta alta. Due membri dell’intelligence del Corpo delle GuarLuglio La data in cui Ali Khamenei verrà sepolto a Mashad die della Rivoluzione sono stati uccisi ed altri due gravemente feriti, in uno scontro armato attribuito alle forze libertarie curde. Secondo i rapporti diffusi dall’area, avrebbero avuto un ruolo negli arresti di cittadini e nella repressione delle proteste popolari. I pasdaran, a loro volta, hanno annunciato di aver smantellato una cellula armata «terrorista-separatista» nel nord-ovest del Paese, nella provincia dell’Azerbaigian Occidentale. La televisione di Stato ha parlato anche di due pasdaran uccisi a colpi d’arma da fuoco nella zona di Kermanshah e di altri due feriti in quello che il regime ha definito un «attacco terroristico». Il quadro interno si intreccia con il negoziato più sensibile: Hormuz. Secondo il New York Times, Iran e Oman stanno andando avanti con un piano per riscuotere pagamenti dalle navi in transito nello Stretto. Muscat ha proposto un pedaggio volontario, destinato a finanziare servizi di navigazione, sicurezza e tutela ambientale, sul modello dello Stretto di Malacca e Singapore. La formula, però, non soddisfa né Teheran né Washington. L’Iran vorrebbe tariffe obbligatorie, mentre gli Stati Uniti chiedono che la navigazione torni libera come prima della guerra dei quaranta giorni. Il memorandum d’intesa tra Teheran e Washington del 17 giugno prevede che Iran e Oman si confrontino sulla futura gestione dello Stretto.
Ma la distanza resta ampia. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, è stato a Muscat per discutere il dossier e ha assicurato che la priorità di Teheran è raggiungere un accordo con l’Oman. In mancanza di un’intesa, l’Iran andrà avanti da solo. Teheran respinge anche l’ipotesi di una missione internazionale proposta da Francia e Gran Bretagna per contribuire allo sminamento dello Stretto. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha avvertito che «la bonifica delle mine nello Stretto di Hormuz è contenuta nel memorandum d’intesa e non c’è bisogno che altri intervengano in questa questione». Mentre fonti di Al Arabiya parlano di colloqui indiretti in Qatar sullo Stretto e sulla stabilità regionale. Teheran nega però un incontro diretto con Washington e riduce il dossier di Doha all’attuazione di alcune clausole, compreso lo sblocco dei beni iraniani congelati. Il regime, intanto, prepara la grande liturgia della continuità con i funerali di Stato di Ali Khamenei che avranno luogo il 4 luglio. La salma sarà esposta da sabato nella moschea di Teheran, con commemorazioni per tre giorni, capitale chiusa, restrizioni al traffico e una partecipazione attesa tra 15 e 20 milioni di persone. Ali Khamenei sarà sepolto il 9 luglio a Mashhad. A succedergli come Guida Suprema è stato il figlio Mojtaba, che non è più apparso in pubblico.