LA PROPOSTA
Il report sulle atrocità del 7 ottobre come antidoping morale per la sinistra
Facciamo un gioco, piccolo, crudele: prima di salire sul palco e pronunciare il «Palestina libera» d’ordinanza, prima di agitare la bandiera sacra tra l’applauso della congrega e la smorfia da rivoluzionari sovvenzionati, i sedicenti artisti militanti si impongano una lettura preliminare: «Silenced no more», il nuovo rapporto sulle atrocità del 7 ottobre commesse da uomini arrivati dalla Striscia di Gaza, civili gazawi compresi, contro giovani colpevoli soltanto di ballare sotto un palco come quello da cui i nostri baluardi si ergono in posa.
Concedano un quarto di una loro preziosa ora per inserire la punta del naso in quella pornografia del sadismo. Leggano di una ragazza del Nova Festival, a terra, violentata, poi uccisa, poi violentata di nuovo da morta. Delle mutilazioni, delle ustioni, delle gambe aperte come trofei di caccia, dei colpi e dei chiodi ai genitali. Di una donna bruciata, senza biancheria, spalancata. Di un’altra massacrata da almeno otto ceffi. Di un ragazzo violentato in gruppo mentre gli aggressori ridevano. E poi di tutto ciò che qui non è concesso riferire.
Altro che resistenza. Siamo all’erotismo della disumanizzazione, al godimento metastatico dell’umiliazione pre e post-mortem degli innocenti. Non erano soldati dell’Idf, agenti del Mossad, coloni orrendi, Netanyahu né i suoi ministri: erano ragazzi che ascoltavano musica, peraltro spesso contrari al governo israeliano. Non che valgono meno le vittime mietute altrove, compresi i bambini rapiti e seviziati (sì, bambini, come quelli di Gaza che muoiono sempre per cause che non possono sfiorare Hamas né l’ambiente che quelli di Hamas li ha prodotti, visti salire al potere, sostenuti, giustificati, celebrati come eroi), ma col Nova Festival la simbologia è a prova di idiota: sotto un palco, ragazzi della stessa tribù globale che paga biglietti per vedere i nostri artisti predicatori sono stati peggio che annientati da mostri cresciuti in una cultura di morte che punisce ogni libertà come apostasia mentre invoca la grandezza della propria divinità. Istituiamo dunque un antidoping morale prima della militanza scenografica. Vuoi urlare «Palestina libera»? Benissimo. Prima ti siedi. Guardi, se ne hai il coraggio, foto e video.
Guardi quella ragazza con le mutande strappate e il bacino spezzato. Ascolti il sopravvissuto che racconta di essersi finto morto sotto il corpo di una donna ammazzata dopo uno stupro collettivo. Guardi i segni sui cadaveri, le ustioni, gli organi mutilati, i sorrisi dei carnefici. Poi sali pure. Magari continuerai a dirlo, «Palestina libera», ma forse senza quella purezza da apericena umanitario. Forse ti verrà il dubbio che esista una qualche responsabilità anche dall’altra parte. Forse ti domanderai se tutto ciò che si oppone a Israele coincida automaticamente con il bene. Forse ti attraverserà il sospetto che una causa capace di produrre il 7 ottobre custodisca un abominio non assolvibile.
Forse un giorno, a «Palestina libera» da tutto quello da cui credi di volerla liberare, ti verrà da aggiungere «libe ra da Hamas e dal cancro del fanatismo macellaio, ne crofilo e, quello sì, genocida». Non succederà. Il conformismo non è programmato per la complessità, e molti sedicenti artisti non rischiano nulla: giocano alla rivolta come si indossa una maglietta, dentro sistemi che li premiano per la loro prevedibilità etica. Ma, chissà, magari il pensiero li sfiorerà. Ammesso che sopra il collo vi sia una testa, e non solo un appendino per copricapi ideologici.