L'intervista

Jaber Al Lamki: "Occidente e Islam moderato devono cooperare per rispondere all'estremismo"

Francesco Subiaco

«Gli occidentali e il mondo islamico moderato devono cooperare per affrontare la nuova saldatura tra islamismo politico sunnita e fanatismo sciita iraniano». È questa la tesi di Jaber Saeed Al Lamki, analista ed esperto emiratino di sicurezza e comunicazione strategica, con esperienza istituzionale negli Emirati Arabi Uniti.

Quali conseguenze potrebbe avere l’attuale irrigidimento iraniano sullo Stretto di Hormuz?

  

«La crisi che coinvolge l’Iran non riguarda solo i Paesi del Golfo o gli Emirati Arabi Uniti, ma investe l’economia mondiale, la sicurezza marittima e il settore energetico. Attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale: una sua compromissione (come sta accadendo in questi giorni), rischia di destabilizzare l'economia globale. Per questo considero la situazione nello Stretto di Hormuz una minaccia. Se dovesse protrarsi, nessuno resterebbe immune. Già oggi si vedono governi sotto pressione, dall’Asia all’Europa. Se la comunità internazionale non interverrà, le conseguenze ricadranno sul mondo intero».

Serve per lei una risposta condivisa per proteggere i nodi logistici ed energetici?

«Certamente. Oggi vediamo la crescita del ruolo dei Pasdaran e dei movimenti dell’islam politico nella regione. Va considerato anche il rafforzamento del rapporto fra l’Iran e la rete dei Fratelli Musulmani. Non siamo più davanti a una frattura tra sunniti e sciiti, ma a una cooperazione tra estremisti. È una sfida rivolta contro Israele, contro i Paesi islamici moderati e contro chiunque creda nella convivenza. Bastano alcuni dati sugli attacchi subiti dagli Emirati Arabi Uniti dall’inizio della guerra: 2.256 droni, 26 missili da crociera e 537 missili balistici.
È il numero più alto registrato rispetto agli altri Paesi del Golfo, inclusi Giordania, Turchia e Israele».

Non è pertanto in gioco solo la sicurezza di Israele...

«No, assistiamo a una guerra ideologica contro i Paesi che rappresentano un’alternativa all’islam politico. Gli Emirati sono un Paese dove convivono moschee, chiese e sinagoghe e dove vivono circa 200 nazionalità. Gli islamisti vogliono minare questo equilibrio e rafforzare la loro sfida all’Occidente».

E qual è la visione degli Eau? 

«Noi crediamo nella convivenza, nella tolleranza e nella pace. Mentre gli attori precedentemente citati stanno lanciando una sfida ibrida ai paesi che credono in questo modello».

Anche in Europa?

«Si. Una delle sfide che l’Europa e l’Italia dovranno affrontare, infatti, riguarda proprio la presenza di cellule dormienti e di dispositivi ideologici che da molti anni si sono radicate in alcune parti del sistema educativo e in alcune comunità di migranti. Nessuno è contrario all’emigrazione o a chi cerca una vita pacifica. Ma occorre vigilare su questi aspetti perché non si può tollerare chi minaccia o uccide nel nome della religione».

Che tipo di evoluzione vede possibile per il conflitto in Iran?

«Gli iraniani stanno giocando una partita tattica: cercano di guadagnare tempo per recuperare forza. Dal 1979 hanno mostrato però di essere inaffidabili. La loro politica estera ha mirato a destabilizzare il mondo arabo e l’economia globale. Hanno rivendicato un’influenza diretta su Baghdad, Beirut, Damasco e Sana’a; e oggi si intravede anche un rafforzamento del rapporto tra Iran e Sudan, sullo sfondo della presenza di attori vicini ai Fratelli Musulmani. Se Stati Uniti, Europa e Paesi islamici moderati non uniranno le forze e non agiranno subito, non sarà possibile garantire un futuro più sicuro alle prossime generazioni».

Come valuta l’azione statunitense sul fronte iraniano in questo contesto?

«Da analista, mi auguro che questa guerra finisca presto. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre puntato sulla de-escalation, sul dialogo e sulla prudenza. Detto questo, i negoziati sul programma nucleare e sui missili balistici iraniani sono falliti più volte, e Teheran ha mostrato di non essere affidabile. Un accordo credibile non può limitarsi a congelare temporaneamente la crisi: deve cambiare il comportamento iraniano, garantire la libertà di navigazione e impedire che l’economia internazionale venga presa in ostaggio. Per questo serve un’azione immediata dei Paesi responsabili, per spingere l’Iran ad accettare un’intesa seria e impedire che una situazione simile si ripeta».

Il 22 aprile ha partecipato all’evento Euroatlantic Security and the Challenges from the South (Spd) del Comitato Atlantico Italiano. Oggi quali sono le sfide del Medio Oriente?

«Viviamo da decenni in uno stato di turbolenza permanente. Non possiamo più permetterci doppi standard verso regimi guidati da ideologie radicali che lavorano per destabilizzare la regione. La vera sfida, oggi, è agire contro gruppi militanti, milizie, riciclaggio di denaro, traffici illegali, contrabbando di armi e uso dei media e dei social da parte di leader estremisti per diffondere le loro ideologie radicali. A questa oscurità bisogna opporre una narrazione diversa: moderazione, convivenza, cooperazione. Ogni forma di estremismo è dannosa per la regione. Serve poi per sciogliere questo intreccio nefasto maggiore collaborazione istituzionale, scambio di intelligence, analisi comuni e coordinamento tra i paesi moderati per difendere così la sicurezza e l'economia internazionale».