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John Bolton: "Trump avrebbe dovuto informare gli alleati. Ma ormai quella in Iran è anche la vostra guerra"

Tommaso Alessandro De Filippo e Francesco Subiaco

John Bolton è una figura di rilievo dell’apparato di potere statunitense, già funzionario al Dipartimento di Stato, consigliere strategico di numerosi presidenti, Rappresentante Permanente all’Onu e Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa. Senza dubbio, tra i massimi esperti di politica internazionale ed americana, a cui porre domande sull’evoluzione del conflitto mediorientale ed il futuro della leadership del Partito Repubblicano (GOP).

Ambasciatore, a suo giudizio, l’Europa, compresa la Gran Bretagna, dovrebbe seguire gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran?
«Sì, penso che questa sia anche la guerra dell’Europa. Credo che Trump abbia sbagliato a non consultare gli alleati della NATO prima di attaccare l’Iran. Non ci sono dubbi su questo. Io ho lavorato con George H. W. Bush. Quando entrò in Iraq, consultò tutti i principali alleati in anticipo. Questo non significò che tutti presero parte alla coalizione che condusse le operazioni belliche, ma comunque furono portate avanti le necessarie consultazioni con i partner. Detto questo, penso che la crisi energetica figlia della guerra in Medio Oriente influisca decisivamente sull’economia globale e dunque interessi anche gli Stati europei. Inoltre, è un fatto innegabile che l’Europa sia più vicina geograficamente all’Iran rispetto agli Stati Uniti: questo significa che i missili iraniani a raggio intermedio possono colpirla direttamente, mentre non raggiungerebbero il suolo americano. Ritengo quindi che responsabilità ed errori siano da condividere da entrambe le parti. Al tempo stesso, vorrei che i leader europei comprendessero che questa guerra impatta gravemente sugli interessi degli Stati che governano, agendo di conseguenza».

Quale sarà il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e paesi arabi?
«Potrebbero essere positive anche dopo la guerra se si riuscisse a privare l’Iran del controllo dello Stretto di Hormuz. L’impegno portato avanti negli anni dai paesi arabi che volevano mitigare l’aggressività di Teheran è fallito: ora loro non accettano di ritrovarsi nella condizione in cui il regime degli ayatollah, sempre più minaccioso, controlli le esportazioni di petrolio sui mercati globali ed abbia il potere di arrestarle, se lo desidera. I Paesi arabi dovranno comunque provare ad ampliare le relazioni e la cooperazione con gli Stati Uniti, non potendo rinunciarvi per garantire la propria difesa e gli interessi strategici».

Alla luce delle preoccupazioni di Israele per la sicurezza e delle ambizioni della Turchia in Medio Oriente, come evolveranno i rapporti tra i due Stati?
«I turchi guidati da Erdogan attuano una strategia geopolitica basata su ambizioni neo-ottomane e proveranno ancora ad ampliare il ruolo del paese in Medio Oriente.
Le loro relazioni con Israele si sono deteriorate senza dubbio e producono tensione. Un terreno di scontro è la Siria guidata da Ahmed Al-Sharaa (Al Jolani ndr): sia Ankara che Gerusalemme provano ad influenzare la traiettoria futura di Damasco e bisogna comprendere chi raggiungerà quest’obiettivo a lungo termine. Ritengo che l’Iran resti la principale minaccia per la pace e la stabilità del Medio Oriente ma che la Turchia, almeno finché sarà guidata da Erdogan, continuerà a rappresentare un problema per Israele ed anche per gli Stati Uniti».

Quale esito attendersi per le prossime elezioni di Midterm e chi saranno, secondo lei, i vincitori e gli sconfitti politici del voto?
«La previsione più realistica che si possa fare, a questo punto, è che i democratici acquisiscano solo il controllo della Camera dei Rappresentanti. Non credo che avranno una maggioranza molto ampia, ma sufficiente per controllare questo ramo del Congresso. Al contrario, il controllo del Senato è ancora in bilico anche se è possibile che i repubblicani mantengano alcuni seggi rispetto alla situazione attuale. Oppure, potremmo ritrovarci nuovamente con il Senato diviso 50 a 50, il che significherebbe che il voto del vicepresidente JD Vance sarebbe decisivo per rompere la parità. La preoccupazione per lo stato dell’economia e l’incertezza su prezzi e posti di lavoro rappresentano un vantaggio per la strategia dei democratici. Ad incidere sull’elettorato non è inoltre l’andamento della guerra mediorientale in sé ma, piuttosto, l’incertezza economica scatenata dalle sue conseguenze. Attualmente, i democratici sono con ragione ottimisti sull’esito del voto di novembre, anche se nei mesi che mancano alla scadenza elettorale la situazione potrebbe ancora evolvere e stravolgersi».

In vista delle elezioni del 2028, il Partito Repubblicano riacquisirà una traiettoria geopolitica di stampo Neoconservatore, o la componente dei Maga resterà prevalente?
«Credo che l’elezione del 2028 e la nomination presidenziale repubblicana, che sarà assegnata con le primarie, sia pienamente contendibile in questo momento.
Non ritengo che JD Vance abbia infatti già virtualmente ottenuto la guida del Gop. Credo sia stato invece indebolito dal suo sostegno a Orban in Ungheria e che, pure in virtù dello stesso, il leader magiaro abbia ottenuto una cocente sconfitta. Il futuro del Gop dipenderà pure dall’esito dei negoziati e della guerra con l’Iran. Sicuramente ci sarà una lotta per l’anima del Partito di cui in questo momento non so intravedere l’esito».

E quale futuro per il movimento Maga?
«Credo che esso si stia frammentando proprio in queste settimane e per molteplici ragioni, non soltanto a causa della guerra con l’Iran. Onestamente, Trump è l’unica persona capace di tenere insieme questo movimento che ha reso modello politico ed ideologico di successo. Non esiste nessun altro con la personalità necessaria a guidarlo senza che imploda o si divida. Immagino che la sfida per la nomination repubblicana del 2028 vedrà comunque in campo un alto numero di contendenti ed anche per questo sarà combattuta ed incerta».