RIVOLUZIONE E REPRESSIONE
La sinistra iraniana lo sostenne, Khomeini la sterminò senza pietà
Quando il 1° febbraio 1979 l’Ayatollah Ruhollah Khomeini atterrò all’aeroporto Mehrabad di Teheran, l’Iran intero rispondeva a un solo coro: “Allah-o Akbar!”. Nelle strade c’erano ragazzi comunisti del Tudeh, guerriglieri marxisti dei Fedaiyan-e Khalq, militanti islamo-marxisti dei Mujahedin del Popolo (MEK), intellettuali perlopiù laici del Fronte Nazionale e studenti liberali. Insomma, tante anime diverse, diversissime, che avevano partecipato, tra mille disaccordi, al rovesciamento dello Scià. Dieci anni dopo, quasi tutti i compagni di lotta di Khomeini erano morti, in prigione o in esilio.
Khomeini, dall’esilio dorato di Parigi, aveva capito perfettamente una delle tante lezioni di Lenin: per prendere il potere serve la più larga alleanza possibile. Così, sui nastri registrati che inondarono l’Iran negli anni Settanta, l’Ayatollah parlava un linguaggio che tutti potevano interpretare a modo loro. Un capolavoro di comunicazione e propaganda, forse uno dei “migliori” del secolo scorso, perché i vari gruppi ci vedevano chi la giustizia sociale, chi la lotta all’imperialismo americano, chi la fine della corruzione dello Scià, o tutte e tre le cose insieme.
I comunisti del Tudeh, il partito più antico e organizzato del Medio Oriente, lo appoggiarono fino all’ultimo, convinti che Khomeini fosse solo (l’ennesima) fase transitoria verso la rivoluzione socialista. I Fedaiyan-e Khalq, reduci da anni di guerriglia contro lo Scià, fornirono armi e militanti. E non parliamo dei Mujahedin del Popolo che, con il loro mix perfetto di Corano e Marx, si erano convinti che l’Islam sciita potesse diventare veicolo di liberazione proletaria.
Insomma, davanti a uno schieramento così forte e variegato, lo Scià finì per fare le valige e abbandonare l’Iran. Il governo provvisorio di Mehdi Bazargan non fu, però, moderato come stabilito nei patti tra le forze rivoluzionarie. Già nell’estate del 1979 i primi segnali furono chiari. I giornali di sinistra vennero chiusi uno dopo l’altro. Le manifestazioni non autorizzate furono vietate. Ma il colpo di grazia arrivò con la presa dell’ambasciata americana nel novembre 1979. Khomeini usò in modo magistrale la crisi degli ostaggi per screditare i liberali e tutti quelli inclini al compromesso. Bazargan si dimise, umiliato e il referendum per la Repubblica Islamica fu poco più che un plebiscito truccato.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel 1980 Khomeini lanciò la sua famosa “Rivoluzione Culturale” o, come sarebbe meglio definirla “Repressione Culturale”, visto che chiuse le università per tre anni, epurandole da professori e studenti di sinistra. Migliaia di intellettuali marxisti finirono nei nuovi tribunali rivoluzionari. L’obiettivo era la completa islamizzazione della società.
Ma il bersaglio principale diventò presto il gruppo più forte e pericoloso: i Mujahedin. Nel giugno 1981 i MEK organizzarono una grande manifestazione a Teheran contro la dittatura nascente. La risposta fu terribile, perché il Regime aprì il fuoco causando decine di morti. Da quel momento i Mujahedin passarono alla lotta armata. Insomma, alla fine dell’anno degli antichi alleati rimanevano solo i membri del Partito Tudeh, che avevano continuato a sostenere Khomeini anche quando gli altri lo combattevano, credendo di poterlo influenzare dall’interno. La ricompensa dell’Ayatollah fu la distruzione completa del partito. Nel febbraio 1983 il leader Noureddin Kianouri fu arrestato insieme a tutto il comitato centrale. Costretti a confessioni televisive umilianti, i dirigenti ammisero addirittura di essere spie sovietiche. Decine di migliaia di militanti finirono in carcere.
L’epilogo fu ancora più agghiacciante. Nell’estate del 1988, mentre la terrificante guerra con l’Iraq volgeva al termine, Khomeini firmò una fatwa segreta. In tutte le prigioni iraniane vennero istituite delle vere e proprie commissioni della morte. I prigionieri politici, che erano soprattutto Mujahedin e militanti di sinistra, furono interrogati con una sola domanda: “Sei disposto a rinnegare la tua organizzazione?”. Chi diceva di no veniva impiccato immediatamente.
Le stime più attendibili parlano di 4.000-5.000 esecuzioni in poche settimane, mentre alcune fonti iraniane in esilio arrivano a 30.000. I corpi furono sepolti in fosse comuni anonime. Ancora oggi le famiglie non sanno dove riposano i loro figli.
La sinistra iraniana aiutò a nascere un regime che poi la sterminò. La lezione è antica quanto la Rivoluzione francese: le rivoluzioni mangiano i propri figli. Ma va detto che poche lo hanno fatto con la freddezza chirurgica e la velocità con cui operò Khomeini tra il 1979 e il 1988.