Medio Oriente
Usa-Iran, i Paesi Arabi salvano il dialogo ma Trump avverte: "Se non vogliono l'accordo..."
In un drammatico gioco di specchi diplomatico, il filo sottile che collega la Casa Bianca e il regime degli Ayatollah è stato riannodato a pochi centimetri dalla rottura definitiva. Quello che doveva essere il Venerdì del Giudizio per i colloqui di pace previsti in Turchia si è trasformato, nelle ultime ore, in una cauta riapertura. I colloqui programmati ad Ankara sono stati salvati in extremis grazie a un'offensiva diplomatica con pochi precedenti lanciata dai principali Stati arabi, che hanno convinto Donald Trump a non abbandonare il tavolo delle trattative proprio quando il Pentagono sembrava pronto a dare il via libera a una nuova serie di "attacchi chirurgici". Complice anche l'intervento del presidente turco Recep Tayyp Erdogan che ha ammonito come "un'attacco all'Iran potrebbe destabilizzare l'intero Medio Oriente". Secondo fonti diplomatiche, la decisione di Washington di mantenere aperti i canali di comunicazione non è stata farina del sacco dell'amministrazione Trump. Al contrario, la Casa Bianca era pronta a disimpegnarsi dai negoziati, citando la "mancanza di serietà" di Teheran e il rifiuto iraniano di includere il programma balistico nell'agenda di discussione. È stato l'intervento coordinato di almeno nove nazioni della regione - guidate da Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita - a far cambiare rotta al presidente Usa. Questi Paesi hanno inviato messaggi urgenti e ad alto livello allo Studio Ovale, sottolineando come un collasso dei colloqui in territorio turco avrebbe innescato un incendio regionale incontrollabile, capace di travolgere le infrastrutture energetiche del Golfo Persico.
La diplomazia araba ha agito come un cuscinetto, garantendo agli americani una maggiore "flessibilità", a patto che gli Stati Uniti non si alzassero dal tavolo. Il risultato è un precario ritorno alla diplomazia: i colloqui, inizialmente dati per morti, sono stati confermati per venerdì, sebbene con un possibile spostamento logistico verso Muscat (Oman) per alcune sessioni bilaterali segrete. Nonostante il salvataggio dei colloqui, Donald Trump ha inviato un avvertimento diretto alla Guida Suprema Ali Khamenei: "Dovrebbe essere molto preoccupato. Sì, dovrebbe esserlo molto". Il tycoon ha poi aggiunto, riferendosi allo stato dei negoziati e alla forza militare schierata nel Golfo: "Sanno che stiamo negoziando, ma sanno anche che non aspetterò per sempre. Quello che è successo l'anno scorso (riferendosi agli attacchi alle infrastrutture nucleari) è stato solo un assaggio. Se non vogliono un accordo equo, accadranno cose brutte, probabilmente cose molto brutte".
Il presidente americano ha tuttavia confermato che i contatti sono in corso, ammettendo che "alcune cose si stanno muovendo" e che il coinvolgimento di figure chiave come gli inviati Jared Kushner e Steve Witkoff mira a chiudere un accordo "definitivo" che superi le lacune dei precedenti trattati. Il cuore della crisi resta lo scollamento tra le richieste delle due parti. Gli Stati Uniti, sostenuti dal Segretario di Stato Marco Rubio, insistono che un accordo sia "privo di senso" se non copre anche i missili balistici e il sostegno iraniano alle milizie regionali. Teheran, dal canto proprio, ha ribadito tramite il Ministero degli Esteri che la difesa nazionale e le capacità missilistiche sono "linee rosse non negoziabili", limitando la propria disponibilità a discutere esclusivamente della revoca delle sanzioni in cambio di limitazioni all'arricchimento dell'uranio.
Mentre ad Ankara e Muscat si preparano i tavoli per gli inviati, il clima sul campo resta elettrico. La Marina americana ha recentemente intercettato droni iraniani nel Mar Arabico, e a Teheran il governo ha cercato di rassicurare la popolazione dopo che boati sospetti nel centro della capitale avevano alimentato il timore di nuovi raid della poliza. Le altre grandi potenze osservano con il fiato sospeso: se da un lato la Russia spinge per una soluzione che eviti l'escalation, dall'altro la Cina è sotto pressione da parte di Trump affinché riduca i legami economici con la Repubblica Islamica. La Francia e il resto d'Europa, pur sostenendo la via diplomatica, appaiono marginalizzate da un negoziato che si sta consumando lungo l'asse Washington-Ankara-Muscat. Come ha sintetizzato un funzionario della Casa Bianca, il mondo si trova davanti a un bivio: un nuovo ordine mediorientale o il ritorno al rumore dei cannoni. Tutto dipenderà da quanto accadrà nelle prossime 48 ore, quando gli inviati delle due parti si guarderanno negli occhi per la prima volta dall'inizio di questa nuova, pericolosissima fase della crisi.