Il colloquio

Caos Minnesota. Rudy Giuliani:" Dietro i disordini, gruppi addestrati"

Eleonora Tomassi

Fulton County ha ammesso che nel 2020 oltre 315.000 schede non furono correttamente certificate secondo la legge dello Stato. Un dato che apre un contenzioso rimasto per anni confinato nelle dichiarazioni dei legali di Donald Trump e che oggi ritorna al centro del dibattito politico americano. Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato del Presidente nel post-elezioni, lo definisce “il punto che cambia la partita”. In un’intervista esclusiva a Il Tempo spiega cosa significa quell’ammissione e perché l’incidente di Minneapolis del 24 gennaio, concluso con un morto durante un arresto federale, non è a suo giudizio un fatto isolato.

Partiamo dalla Georgia. “Si tratta di oltre 300.000 schede che non avevano la certificazione obbligatoria. Senza certificazione un voto non può essere contato. Qui non è una disputa teorica: sono voti illegali”, afferma Giuliani. La proporzione, sostiene, avrebbe alterato direttamente l’esito dello Stato: “Il breakdown era 70-30 per Biden. Togli quei voti e Biden perde la Georgia di 70-80 mila preferenze. È perfettamente coerente con la storia elettorale dello Stato". Nel 2020 Joe Biden ha vinto la Georgia con 11.779 voti. Giuliani insiste sulla dinamica temporale: “Quando fermarono lo spoglio delle schede Trump era avanti di tre punti con l’80% scrutinato. In cinque Stati — Georgia, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Arizona — la stessa sequenza: stop al conteggio, Trump avanti, conteggio ripreso dopo giorni e Biden che supera. Statisticamente è un’anomalia evidente".

  

Alla domanda se si tratti di irregolarità amministrative o violazioni della legge elettorale la risposta è netta: “La legge in Georgia non lascia margini: senza certificazione il voto non vale. Se lo conti, infrangi la legge; se lo fai su larga scala, cambi l’elezione". Per Giuliani non è un caso isolato: “In Michigan stessa operazione: schede stampate dopo la notte elettorale. In Wisconsin mancavano le dichiarazioni giurate che devono accompagnare le schede inviate per posta: senza quelle, la legge dello Stato le considera nulle. In Pennsylvania lo stop al conteggio quando Trump era avanti di 700.000 voti". L’ex sindaco sottolinea un dettaglio rimasto fuori dal mainstream: “A oggi nessuno della campagna Trump ha potuto visionare una singola scheda di Fulton County. Se fossero regolari le mostrerebbero. La ragione è semplice: sono schede false. Avevamo un esperto in grado di dimostrarlo analizzando la carta. Non ci è mai stato consentito". Nel frattempo Giuliani ha pagato un prezzo personale elevato: radiazione dall’albo, processi, sequestri e bancarotta. Eppure non cambia la sua narrazione: “Lo rifarei mille volte. Se molli su un’elezione truccata ne avrai altre dieci. La macchina per il voto è diventata una macchina per il potere. L’ho fatto per il paese e lo rifarei".

Poi Minneapolis. Il 24 gennaio un uomo viene ucciso da agenti federali durante un arresto legato a reati di immigrazione. Il governatore Tim Walz accusa le autorità federali di “uso eccessivo della forza”. Giuliani ribalta la cornice: “Quell’uomo era lì per ostacolare un arresto federale. Questi gruppi sono addestrati a bloccare le forze dell’ICE con auto, distrazioni e manovre di de-arrest. Non parliamo di attivismo: parliamo di interferenza con operazioni su soggetti con precedenti per violenze sessuali e reati gravi". Il punto, sostiene, non è il singolo caso, ma la struttura politica che lo consente: “Walz ha trasformato Minneapolis in un santuario operativo. Nel Partito Democratico locale ci sono infiltrazioni ideologiche, islamiste e filocinesi. Hanno già rubato miliardi di fondi federali. Guardate la nuova bandiera del Minnesota: è identica a quella della Somalia. È un segnale politico.” Giuliani individua la dimensione cinese come asse strategico: “Walz è stato formato in Cina, ci è tornato decine di volte, porta studenti a fare programmi lì ed è finanziato da reti legate a Pechino. Nessun regime ti fa rientrare se non ripeti la sua propaganda". Per l’ex sindaco la somma degli elementi — elezioni contestate, crisi migratoria e governatori in rotta con le agenzie federali — definisce un nuovo conflitto politico non più esterno ma interno: “Una parte del Paese vuole tenere la porta aperta perché il caos è funzionale. Più caos c'è, più potere ottieni".

Ci si avvicina alle Midterm del 2026 con una faglia chiara: non più soltanto tra Democratici e Repubblicani, ma tra livelli di governo. Da un lato il federale, dall’altro Stati e città-santuario che rivendicano autonomia su immigrazione, sicurezza e procedure elettorali. Per Giuliani il quadro è semplice: “Se vince questo modello, non avremo un’autorità nazionale credibile". Le urne diranno se il Paese sceglierà la ricomposizione o la conflittualità permanente.