polveriera balcanica

Serbia e Kosovo, scoppia la guerra delle targhe. Pronti a combattere

Gaetano Massara

È quasi scontro aperto tra albanesi e serbo-kosovari dopo che i serbi del Nord Kosovo hanno bloccato i valichi di frontiera con la Serbia ed eretto barricate. Questa crisi è la più grave dal 2008, quando Pristina dichiarò l'indipendenza da Belgrado dopo averla ottenuta de facto grazie all'intervento Nato del 1999. Il Kosovo è ancora oggi uno Stato a sovranità limitata, non riconosciuto da circa 80 membri delle Nazioni Unite tra cui Russia, storica protettrice dei serbi, Cina e cinque Stati dell'Ue.

Nel 2013 la mediazione dell'Ue aveva consentito il raggiungimento dell'Accordo di Bruxelles, che avrebbe dovuto portare alla creazione dell'Associazione autonoma delle municipalità serbe in cambio del riconoscimento dell'indipendenza. Ma né la creazione dell'Associazione né il riconoscimento sono ad oggi arrivati. Il nuovo casus belli è il riemergere della questione delle targhe. Belgrado non ha mai smesso di rilasciare targhe ai residenti in Kosovo mentre Pristina reclama l'obbligo di reimmatricolazione.

  

Dopo rinvii imposti da Usa e Ue, il governo guidato da Albin Kurti ha fissato ad aprile 2023 il termine per la sostituzione delle targhe serbe. Dietro la regìa della Lista serba, partito dei serbo-kosovari controllato dal presidente serbo Aleksandar Vui,i serbi del Kosovo del Nord dall'estate scorsa hanno risposto dando vita a violente proteste e alle dimissioni in massa dalle istituzioni dell'ex provincia. Il 23 novembre il rappresentante Ue Miroslav Lajcak è riuscito a far accettare un compromesso in base al quale la Serbia non emetterà nuove targhe con sigle del Kosovo e Pristina ritirerà la norma che impone il cambio di targa.

Tuttavia la tensione è degenerata in escalation. Dopo che la presidente kosovara Vjosa Osmani ha indetto elezioni amministrative per il prossimo aprile per la sostituzione dei rappresentanti serbi dimissionari, il 6 dicembre i serbi hanno fatto irruzione negli uffici della Commissione elettorale.

Alla reazione di Pristina con l'arresto di due ex agenti di polizia serbi accusati di aver partecipato alle azioni, Vui ha risposto ordinando le proteste in corso e chiedendo alla forza multinazionale Kfor a guida italiana di consentire il ritorno delle forze serbe in Kosovo. Al di là dell'isolamento di Kurti per aver respinto le richieste occidentali di gradualità nell'applicazione della misura e dell'abilità di Vui nell'approfittare della situazione, alcuni fatti sono evidenti. Primo, Vui sa che il Kosovo è in larga parte perduto. Ma i serbi non molleranno il Nord del Kosovo, dove è la maggioranza della popolazione.

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Secondo, il Kosovo non è uno Stato auto - sostenibile. Gli albanesi di Tirana e di Pristina aspirano a raggiungere una qualche forma di unione, come riconosciuto dallo stesso Kurti e dal primo ministro albanese Edi Rama. Non andrebbero ostacolati in questa aspirazione. Alcuni ambienti americani ed europei non sarebbero contrari malgrado l'ostinata volontà tedesca di «divide et impera».

Terzo, con la guerra in Ucraina sullo sfondo, all'Occidente non conviene fornire a Putin il pretesto di una umiliazione dei serbi nel Nord del Kosovo per destabilizzare ancora di più una regione alle porte di casa nostra. Quarto, la conferenza di Trieste che il nostro governo si appresta ad organizzare è la migliore occasione per un bagno di realismo e umanità.