VIA AI NEGOZIATI

Brexit e la frattura con la Scozia: un referendum per restare nell'Ue

Silvia Sfregola

La Brexit non segna solo la rottura tra Regno Unito e Unione europea. Segna anche le fratture intestine al Paese, riflesse dalle diverse posizioni delle regioni sull'addio all'Ue. Londra, Scozia e Irlanda del Nord nel referendum del giugno scorso che decise per il "divorzio" da Bruxelles si schierarono infatti apertamente a favore della permanenza, mentre Galles e Inghilterra optavano per l'addio. Il governo prendeva atto della decisione popolare, promettendo di rispettarla. Fortissimo il dissenso dalla Scozia, che subito dopo il voto aveva dichiarato di non sentirsi rappresentata e che gli scozzesi continuavano a vedere "il proprio futuro all'interno dell'Ue". Oggi, un giorno prima che la premier britannica Theresa May attivi l'articolo 50 del Trattato di Lisbona per dare formalmente il via all'iter di uscita dal blocco comunitario, il Parlamento di Holyrood ha dato mandato alla premier Nicola Sturgeon di chiedere a Londra un nuovo referendum sull'indipendenza, da tenersi nell'autunno 2018 o nella primavera del 2019. Con 69 voti favorevoli e 59 contrari, il governo di Edimburgo ha così il mandato per negoziare con Londra. La Scozia ha già votato in un referendum sull'indipendenza il 18 settembre del 2014, quando il quesito "La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?" fu bocciato dal 55,4% degli elettori (il 44,6% disse sì, con affluenza dell'85%) e gli indipendentisti furono così sconfitti. Per Sturgeon, un nuovo referendum è di nuovo necessario perché le circostanze sono cambiate a causa della futura brexit. E la premier vuole che la consultazione si tenga prima che Londra concluda i negoziati e sigli l'accordo con Bruxelles (salvo proroghe, il periodo previsto per i negoziati è di due anni). "La Scozia, come il resto del Regno Unito, è a un crocevia", ha detto Sturgeon all'inizio del dibattito odierno, citata da Reuters. "Il popolo della Scozia dovrebbe avere il diritto di scegliere tra la brexit, e forse una Brexit molto dura, e diventare un Paese indipendente capace di decidere il proprio destino", ha aggiunto la leader del Snp, che ha più volte detto che se Londra tenterà di bloccare i suoi piani tornerà al Parlamento di Edimburgo dopo la pausa di Pasqua, per spiegare come gestirà la situazione. Secondo i sondaggi attuali, tuttavia, il sostegno all'indipendenza in Scozia è aumentato solo di un punto rispetto al voto del 2014. Immediata la reazione di Londra (che deve dare il proprio assenso). Il governo di Londra non negozierà sulla proposta della Scozia di un nuovo referendum, perché "sarebbe ingiusto per gli scozzesi chiedere loro di prendere una decisione cruciale senza le necessarie informazioni sulla futura relazione con l'Europa", ha dichiarato lo stesso esecutivo. Non è una grossa sorpresa, poiché May ha più volte ripetuto che "non è il momento" per questo voto. Ieri la leader conservatrice aveva incontrato Sturgeon a Glasgow, e le due premier non avevano dato segni di aver cambiato le proprie posizioni. La scozzese aveva descritto un colloquio cordiale, ma si era detta frustrata dalla mancanza di aperture. May aveva invece sottolineato che "la forza e la stabilità della nostra unione restano sempre più importanti". La profondità della frattura tra Edimburgo e Londra era diventata palese al momento del referendum sulla brexit del 23 giugno 2016. In Scozia il 62% disse no al divorzio con Bruxelles e il partito Snp aveva quindi ricominciato a parlare di referendum per staccarsi dal Regno Unito. Sullo stesso fronte del nord era Londra, cuore finanziario del Regno Unito con i suoi oltre 8,5 milioni di abitanti, per cui mercato unico e libera circolazione sono decisivi, dove il 60% votò per restare nell'Ue. Analoga posizione per l'Irlanda del Nord, che si schierò per il '"emain" al 56% e che chiese poi un referendum con cui unirsi all'Irlanda.