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Ecco il piano Usa per la guerra in Libia Insieme all'Italia

La rivelazione del New York Times: già organizzati raid aerei con droni su 30-40 obiettivi sensibili dell'Isis. Ma prima Washington lascerà spazio alla diplomazia   

Ecco il piano Usa per la guerra in Libia Insieme all'Italia

LIBIA: RIBELLI A CACCIA DEI TANK DI GHEDDAFI NASCOSTI NEL DESERTO

La guerra in Libia sembra essere più vicina. Il Pentagono ha presentato nei giorni scorsi alla Casa Bianca un piano per contrastare la minaccia crescente dell'Isis nel paese nord-africano. L'opzione primaria resta quella diplomatica, ma a Washington hanno già pianificato raid aerei (da effettuare soprattutto con droni ndr) contro 30-40 obiettivi sensibili in quattro zone del Paese. Fra questi campi di addestramento, centri di comando, depositi di munizioni. E la cosa più importante, forse, è che gli Stati Uniti hanno intenzione di condurre queste azioni con il supporto degli alleati, in paritcolare Gran Bretagna, Francia e Italia.

A svelare il piano è il New York Times che cita cinque fonti dell'amministrazione Obama informate delle opzioni messe a punto dall'Africa Command e dal Comando per le operazioni delle forze speciali. I bombardamenti dovrebbero aprire la strada all'intervento a terra di milizie libiche sostenute dall'Occidente.

 

 

Il piano di Carter A illustrare le diverse opzioni direttamente ai consiglieri per la sicurezza nazionale di Barack Obama è stato, lo scorso 22 febbraio, il segretario alla Difesa Ashton Carter. Il piano, si precisa, non verrà messo in campo fino a che l'amministrazione preferirà un'offensiva diplomatica per la formazione del governo di unità nazionale. Le nuove opzioni, spiega il quotidiano americano, saranno volte ad assicurare le operazioni già attive nel paese dove Usa, Gran Bretagna, Francia e Italia cercano di gestire il difficile equilibrio fra transizione politica e ridimensionamento dell'Isis. L'azione dovrebbe frenare l'espansione degli jihadisti che dovranno essere sconfitti in un'azione militare "limitata e politicamente accettabile" (il Pentagono stima che al momento siano 6.500 i combattenti dell'Is, più del doppio dello scorso autunno).

 

 

Le azioni delle forze speciali Tutto questo avviene mentre sono sempre di più le voci secondo cui forze speciali britanniche, americane, francesi, e forse anche italiane, sono sul terreno libico per condurre operazioni di intelligence forse anche come consulenti delle milizie libiche. "Continueremo a usare tutti gli strumenti necessari per eliminare la minaccia dell'Isis ovunque si trovi", aveva dichiarato Obama lo scorso 25 febbraio, dopo essersi riunito con il Consiglio di sicurezza nazionale. "Siamo al punto di valutare se esiste l'opportunità di condurre operazioni contro l'Isis per disgregare l'organizzazione ora, senza danneggiare il processo politico. In futuro, se riterrò che saremo a rischio, tornerò dal segretario (della Difesa, ndr) con raccomandazioni di diverso tipo", aveva detto la scorsa settimana il capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford.

 

 

La pressione sulle forze occidentali Ma le pressioni sugli Stati Uniti e i loro alleati per un intervento militare sono in aumento. La Gran Bretagna la scorsa settimana ha annunciato l'invio di 20 addestratori in Tunisia, per contrastare infiltrazioni dalla Libia. L'Italia il mese scorso ha autorizzato per la prima volta le missioni dei droni armati americani in Libia dalla base di Sigonella. Esperti come Frederic Wehrey, del Carnegie Endowment for International Peace, hanno spiegato la scorsa settimana, in un'audizione di fronte alla commissione Esteri del Senato, che "il grande rischio è che un intervento esterno contro l'Isis prima della formazione di un governo unito possa esacerbare i conflitti politici, aumentare il potere delle milizie locali e gettare il paese in un disordine ancora maggiore". "Affrettare un intervento militare internazionale in Libia implica una visione miope e che probabilmente si ritorcerebbe contro. Un qualsiasi intervento di questo tipo dovrebbe essere discreto, misurato e legato a una strategia politica finalizzata a portare le fazioni libiche sotto un unico governo", ha aggiunto Claudia Gazzini, esperta di Libia dell'International Crisis Group.

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