Nuova specie umana in una caverna del Sudafrica: ecco l'Homo Naledi

Importante scoperta in una caverna del Sudafrica dove sono stati trovati fossili di una nuova specie umana, l'Homo Naledi. I  fossili sono stati trovati in profondità. Lee Berger, che ha guidato la spedizione, ha detto ai giornalisti che i fossili sono stati trovati in profondità. I fossili mostrano un sorprendente mix di caratteristiche umane. Potrebbe trattarsi di uno dei primi membri del gruppo evolutivo che comprende l'uomo moderno.   La scoperta Il ritrovamento è avvenuto in una grotta a 50 chilometri da Johannesburg. La nuova specie umana è stata denominata "Homo naledi", perché la grotta della scoperta si chiama "stella nascente". Naledi significa stella nella lingua Sesotho, usata da alcune tribu' sudafricane. Gli scienziati non hanno ancora stabilito l'età delle ossa ritrovate, anche se quei resti appartengono a persone probabilmente portate nella grotta dopo la loro morte. "Fino a questo momento - afferma Lee Berger, ricercatore dell'università di Johannesburg - abbiamo sempre ritenuto che l'idea di comportamenti rituali funebri fosse un'esclusiva dell'Homo sapiens. Ora abbiamo visto che un'altra specie aveva questa stessa capacità. Questa è una scoperta straordinaria". L'Homo naledi ha un cervello minuscolo, della misura di un'arancia, fissata su un corpo snello di circa 150 centimetri di altezza e 45 chili di peso. La forma delle mani suggerisce che l'Homo naledi poteva usare utensili, anche se le sue dita sono più ricurve di ogni altra specie ominide. Questo dimostrerebbe notevoli doti di arrampicata. Il professor Chris Stringer del Museo di Storia naturale di Londra ha definito la scoperta "notevole".       L'esperta "Si tratta di una scoperta davvero eccezionale, destinata ad aprire nuovi e affascinanti scenari nella comprensione della storia evolutiva della nostra specie". A parlare è Olga Rickards, antropologa dell'Università di Tor Vergata commentando la notizia della scoperta, in una caverna in Sudafrica dei una nuova specie di ominide, l'Homo Naledi. "Sono - ha spiegato l'antropologa - molteplici i motivi per cui questa scoperta è così importante. Il primo è che siamo di fronte alla conferma definitiva che l'evoluzione della nostra specie non ha seguito un percorso evolutivo lineare, per cui da una specie ne è nata una nuova". Niente a che vedere insomma con la classica immagine che raffigura la storia dell'uomo come una sorta di elevazione dallo status di scimmia a quello attuale. "Questi ritrovamenti - afferma Rickards - sono la conferma, definitiva che l'immagine più adatta a rappresentare l'evoluzione della nostra specie è quella del cespuglio, in cui ogni ramo rappresenta una diversa specie che, a sua volta ne ha generate altre, e che molte tra queste hanno tra loro in comune molto poco". A rendere ancora più affascinante il ritrovamento è la scoperta che questi ominidi "hanno caratteristiche che nel loro insieme sono uniche" spiega la ricercatrice romana. "Innanzitutto - dice - ha la scatola cranica molto piccola, che lo rende simile, per dimensione, più ad un Australopiteco, un genere molto antico, che non a una specie appartenente al genere Homo, più recente". Allo stesso tempo i ricercatori hanno osservato indizi di una possibile sepoltura intenzionale, dimostrando quindi una cura per i defunti che fino ad oggi era nota solo in specie di ominidi più recenti come i Neandertal o i Floresiensis, con cervelli molto più grandi di quelli del Naledi. "Se fosse confermata la sepoltura, vorrebbe dire che le dimensioni del cervello sono solo relativamente importanti ai fini dello sviluppo di capacità cognitive più sofisticate, come il pensiero astratto", spiega Rickards. Accanto ad un cervello molto raffinato, questo ominide aveva però dita piuttosto arcaiche, con le falangi ricurve, come se vivesse ancora in larga misura sugli alberi. Lo stesso vale per altre caratteristiche, come il torace e i piedi, simili a quelli di Sapiens. Manca però ancora un tassello importante per definire meglio Homo Naledi. Forse si tratta del più importante. "Non sappiamo ancora a quale età risalgono i ritrovamenti. Questo dato è essenziale - spiga la ricercatrice - per comprendere il ruolo giocato da questa specie all'interno del genere Homo, ed è importante anche per interpretare le caratteristiche morfologiche di questa stessa specie. Spero che i dati sulla datazione arrivino al più presto".