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Antonio Tajani: "Aveva ragione Berlusconi. Vanno fermati in Libia"

Parla il vicepresidente del Parlamento Europeo: "Necessaria un’azione a livello internazionale"

«Quello degli immigrati non è più un problema nemmeno europeo, ma mondiale. Va affrontato coinvolgendo l’Ue e l’Onu»: Antonio Tajani, vicepresidente del Parlamento europeo, traccia le linee di una tragedia per la quale gli italiani seppero vedere lungo: «Le partenze vanno fermate in Libia - chiarisce Tajani - l’unica politica possibile è quella che fu attuata dal governo Berlusconi».

 

 

Vicepresidente Antonio Tajani, cosa sta accadendo attorno alla Manica?

«Si accorgono tutti, finalmente, che l’immigrazione è diventato un fatto globale, epocale, che riguarda l’Europa e il mondo. I flussi migratori innescano situazioni talmente estese che non possono più essere prese in considerazione singolarmente la vicenda di Calais o quella italiana, come fatti episodici. Lo scenario è mondiale e servono interventi proporzionati».

 

 

Come si è arrivati a questo?

«Nell’area del Mediterraneo la situazione è complicatissima: c’è la guerra in Siria, lo scontro con l’Isis coinvolge i curdi e la Turchia, poi la striscia di Gaza. Il Nordafrica è una polveriera e lo è anche l’Africa Subsahariana, con Boko Haram. C’è poi il Corno d’Africa, con eventi devastanti in Etiopia e Somalia: un panorama di totale instabilità che provoca la fuga di centinaia di migliaia di persone. A questo si aggiunge il disagio economico: molti partono solo con la speranza di una vita migliore».

 

 

Di questo si accorgono ora anche Francia e Regno Unito.

«La Francia e la Gran Bretagna sono state egoiste, nei confronti dell’Italia, non dimentichiamo la reazione di Hollande per i fatti di Ventimiglia. Il Regno Unito, fino a ieri, è stato durissimo, rifiutando la ripartizione. Finché il problema era dell’Italia o di Malta non veniva affrontato. È stata più lucida la Germania che, con le sue 200mila richieste di asilo, contro le 70mila italiane, ha subito parlato di ripartizione. Ma il problema non è solo in Africa, c’è anche l’Est: Ucraina, Balcani. L’emergenza è globale e vanno coinvolti anche Stati Uniti e Russia. Servono strategie: di politica estera, economiche, di cooperazione e anche di respingimento».

 

 

Vanno tutti respinti?

«Assolutamente no, non possiamo non farci carico dei cristiani che vengono crocifissi dall’Isis in Siria, o di quelli che vengono bruciati vivi da Boko Haram in Nigeria. E la situazione è destinata a peggiorare».

 

 

Il Regno Unito schiera filo spinato e cani.

«Sono azioni che servono solo a fare vedere ai cittadini preoccupati che il governo fa qualcosa, come Zapatero che alzava le reti a Ceuta e Melilla. Ma non risolvono nulla. È come cercare di curare una malattia grave con una pasticca per il mal di testa».

 

 

Quale può essere una soluzione?

«L’intervento va fatto in Libia, impedendo che partano le navi, creando dei campi profughi in quelle zone. Certo non dev’essere un’invasione, è necessario trovare accordi con i due governi in Libia, con le Nazioni Unite e l’Unione Europea. È certamente necessario un dispiegamento di forze».

 

 

Noi italiani avevamo saputo vedere lontano?

«Sì, l’unica politica possibile è quella che fu attuata dal governo Berlusconi».

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