L’intransigente difensore di Israele che diceva di odiare la guerra

Era il 6 giugno 1982 quando le truppe israeliane, sotto il comando del ministro della difesa Ariel Sharon, invasero il Libano, il paesi dei cedri, com'era chiamato. Fu la cosiddetta «Operazione Pace in Galilea», decisa dal governo israeliano in risposta al tentativo di assassinio del proprio ambasciatore nel Regno Unito e agli attacchi di artiglieria dell'Olp in Galilea: fu una guerra sanguinosa, conclusasi con l'abbandono del Libano meridionale da parte dell'Olp, una guerra che comportò decine di migliaia di vittime, tra militari e civili. Il solo eccidio nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, compiuto dai falangisti cristiano libanesi alleati di Israele come rappresaglia per l'assassinio del presidente libanese Bashir Gemayel, provocò settecento vittime civili. Mentre era ancora in corso l'invasione, Oriana Fallaci riuscì a ottenere una lunga e polemica intervista da Sharon, accusandolo di aver voluto una «sua guerra» anche contro il parere degli Stati Uniti e di aver trasformato Israele dalla «nazione del grande sogno, il paese per cui piangevamo» in uno Stato «sempre pronto a fare la guerra», una specie di «Prussia del Medio Oriente». Alla irruenza della giornalista italiana, egli rispose con orgoglio rivendicando il diritto di Israele ad assicurare la sicurezza dei propri territori contro i «sanguinari terroristi» di Arafat e facendo intendere come, su questo punto, tutti gli israeliani fossero d'accordo: «Questa non è una mia guerra, è una guerra di Israele». E ancora: «Quando si tratta della nostra sicurezza siamo uniti, non c'è dubbio. Non ci sono né falchi né colombe ma ebrei. Né Partito laburista né partito Likud ma ebrei». Minimizzò anche il contrasto con gli Stati Uniti: «Non drammatizzerei l'irritazione degli americani. La nostra alleanza con gli americani è basata su interessi reciproci, e gli americani lo sanno. Israele ha contribuito alla sicurezza degli Stati Uniti non meno di quanto gli Stati Uniti hanno contribuito alla sicurezza di Israele, e qualche screzio non cambia nulla». Il colloquio fra Sharon e la Fallaci fa capire molte cose, a cominciare dai rapporti con gli Stati Uniti. Le relazioni fra i due paesi non furono sempre lineari come dimostra il penetrante studio di Antonio Donno, «Una relazione speciale. Stati Uniti e Israele dal 1948 al 2009» (Le Lettere). Con il Likud guidato da Menachem Begin giunse al potere una classe dirigente fortemente legata alle istanze ideologico-religiose che erano state alla base della fondazione di Israele e Washington dovette modificare l'appoggio, più pragmatico che ideologico, cui erano improntati i suoi rapporti con gli esponenti del Partito Laburista. Ronald Reagan se ne rese conto e negli anni della sua presidenza, iniziata nel 1981, le relazioni fra i due paesi ebbero un fortissimo incremento. Sharon era stato chiamato alla guida del ministero della Difesa proprio da Begin. Questi, dopo le conclusioni di una commissione d'inchiesta sui fatti di Sabra e Shatila che ne aveva censurato la passività nell'evitare il massacro operato dai falangisti, fu costretto a rimuoverlo ma non volle privarsene, tanto che a Sharon vennero affidati altri incarichi ministeriali. A quell'epoca Sharon era nel pieno delle sue energie. Aveva da poco superato i cinquant'anni essendo nato nel 1928 e aveva avuto una carriera militare, che lo aveva visto esponente della lotta armata per la nascita di Israele e, generale appena ventottenne, partecipare a capo dell'esercito nella guerra del 1956 e, in seguito, protagonista della «guerra del Kippur» del 1973: in questa ultima occasione, anzi, aveva persino iniziato una marcia sul Cairo fermata solo dalla tregua che lo spinse a polemizzare con il governo favorevole al negoziato. Si era poi dedicato alla politica ed era diventato deputato del Likud ricoprendo numerosi incarichi governativi fra i quali quello di ministro dell'Agricoltura: proprio in questa veste, anzi, aveva avviato il programma di costruzione di insediamenti ebraici a Gaza e in Cisgiordania. L'amore per Israele e l'impegno per la difesa e la sicurezza del suo Paese furono per lui un imperativo categorico. Lo disse a chiare lettere quando era ministro della Difesa nel governo Begin: «Il popolo ha sempre saputo che su questioni fondamentali - come la sicurezza, Gerusalemme, i confini del 1967, il pericolo di uno Stato palestinese - noi non abbiamo altra scelta se non insistere sulle nostre posizioni, fermamente, fortemente, chiaramente, anche contro il nostro grande amico, gli Stati Uniti». L'intransigenza, insomma, fu la cifra della sua attività politica. Il gesto clamoroso compiuto il 28 settembre 2000 lo dimostra in maniera evidente. Quel giorno egli, allora capo dell'opposizione nel Parlamento israeliano, con un grande sorriso sul volto, si recò nella spianata delle moschee a Gerusalemme, in visita al complesso del Recinto, dove si erge la Cupola della Roccia, luogo sacro ai musulmani, per lasciare intendere che anche quella parte della città sottostava alla sovranità israeliana. La «passeggiata» nella spianata delle moschee consentì a Sharon di vincere le elezioni e diventare primo ministro, l'undicesimo nella storia di Israele. Durante i suoi governi fu avviata la costruzione del muro al confine con la Cisgiordania, ma fu anche deciso il ritiro dei soldati e il rientro dei coloni dai villaggi costruiti a Gaza e in Cisgiordania dopo la guerra del 1967. Quasi a riprova che l'intransigenza di Sharon si coniugava con il realismo politico e con un sincero desiderio di giungere a una situazione che mettesse fine alle turbolenze. La sua uscita dal Likud, il partito nazionalista del quale era stato un esponente di primo piano, e la fondazione nel 2005 del nuovo partito Kadima, più centrista e liberale, cui aderì anche l'ex laburista Shimon Peres, rientrano in questo quadro. All'immagine di uomo di guerra Sharon si ribellava. Il ricorso alle armi per lui si giustificava solo in funzione della difesa del proprio paese. Alla Fallaci lo disse brutalmente: «È l'errore più grosso che fa la gente su di me dipingermi come un guerriero, un ossesso che si diverte a sparare. Io odio la guerra. Soltanto chi ha fatto tante guerre quante ne ho fatte io, soltanto chi ha visto tanti orrori quanti ne ho visti io, soltanto chi vi ha perduto amici e vi è rimasto ferito come vi son rimasto ferito io, può odiare la guerra nella misura in cui la odio io». La verità è che Ariel Sharon è stato un protagonista, un grande protagonista, della storia di Israele, e non solo.