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Siria, liberati i 4 giornalisti italiani

Da ieri sera a Roma. L’aero atterrato a Ciampino poco dopo le 22 L’inviato della Rai Ricucci: «Non ci hanno torto un capello»

Sono finalmente liberi i quattro giornalisti Iatliani che da oltre una settimana erano trattenuti nel nord della Siria. A annunciarlo ieri il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Mario Monti. Il loro rientro in Italia è avvenuto subito con un aereo che li ha portatai all’aeroporto di Ciampino atterrato alle 22. Ad accoglierli nello scalo militare, oltre ad un nutrito gruppo di famigliari, era presente, tra gli altri, anche il Direttore Generale della Rai, Luigi Gubitosi. Erano stati scambiati per spie. «Stiamo tutti bene. Ci hanno trattato bene e non ci hanno torto nemmeno un capello. A parlare è l'inviato Rai, Amedeo Ricucci, contattato in Turchia dopo la liberazione. - Eravamo in mano a un gruppo islamista armato che non fa parte dell'Esercito libero siriano. È stato un malinteso», ha assicurato, ribadendo che il gruppo sta bene, ma «ovviamente la privazione della libertà è una tortura psicologica». All'inizio «ci hanno presi per spie» e volevano «controllare quello che avevamo girato, temevano che avessimo filmato la loro base logistica ma ci hanno messo un sacco di tempo», ha aggiunto Ricucci, dopo la liberazione in Siria, dove - spiega - è in corso «una guerra civile e di spie da una parte e dall'altra».

Che qualcuno possa pensare che siamo stati poco cauti «lo trovo di cattivo gusto: siamo stati cauti fino all'ennesima potenza».

I ribelli «ci hanno fermato davanti a una chiesa profanata, pensavano che avremmo attribuito l'episodio a loro, anche se effettivamente non sapevamo chi avesse danneggiato l'edificio»: così Susan Dabbous ha raccontato al Telegraph. Gli altri tre reporter «erano tenuti insieme in una stanza, li accusavano di essere dei 'kafir' (infedeli, ndr), e che li avrebbero portati davanti a una corte islamica per il giudizio e la punizione». Dabbous ha aggiunto: «Mi minacciavano di tagliarmi le mani perché pensavano che avrei scritto un articolo su di loro. Temevo che mi avrebbero ucciso, ho avuto veramente molta paura». Dabbous assicura di essere stata separata dagli altri tre reporter. La donna è stata presentata a alla moglie di uno dei ribelli, «Abbiamo passato del tempo cucinando assieme» in una casa scossa di notte dai bombardamenti delle forze governative. «Pregavo ogni giorno, e sapevo che dietro ai loro comportamenti mostruosi erano uomini con madri e mogli», ha aggiunto riferendosi al gruppo dei ribelli. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha appreso con «sollievo e soddisfazione» la notizia della positiva conclusione della vicenda. L'inviato della Rai, i freelance Elio Colavolpe e Andrea Vignali e la giornalista italo-siriana, Susan Dabbous erano stati fermati il 4 aprile nel nord della Siria, mentre effettuavano delle riprese per un reportage sperimentale dal titolo Silenzio, si muore, da militanti di Jabhat Al Nusra, fazione islamica radicale, considerata dagli analisti una vera e propria rappresentanza di Al Qaeda nel fronte della resistenza anti Assad.

«Desidero ringraziare - ha invece aaffermato Mario Monti in una nota - l'Unità di Crisi della Farnesina e tutte le strutture dello Stato che con impegno e professionalità hanno reso possibile l'esito positivo di questa vicenda, complicata dalla particolare pericolosità del contesto». Monti, che ha seguito il caso sin dall'inizio, ha manifestato anche la sua «gratitudine agli organi di informazione che hanno responsabilmente aderito alla richiesta di attenersi ad una condotta di riserbo, favorendo così la soluzione della vicenda».

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