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Fase 2, l'imprenditore Vito Gulli: basta con la paura, perché bisogna ripartire

L'imprenditore Vito Gulli

Massimiliano Lenzi
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Decreto Rilancio????? Se vogliamo parlare di rilancio si tratta del rilancio dalla finestra della nostra economia, ma dalla finestra di un grattacielo di 25 piani. Rilancio dalla finestra delle nostre peculiarità nazionali”. Vito Gulli, imprenditore, genovese, è uno che parla schietto. Sarà l'aria di Genova, che faceva scrivere al poeta Giorgio Caproni sulla città ligure “Genova verticale, vertigine, aria, scale”. O sarà il fatto di andare controcorrente da una vita, ma Gulli, da “paladino del Made in Italy” come si definisce lui stesso, non ci sta a vedere andare ko il nostro Belpaese. Noi lo abbiamo intervistato. Gulli, cosa non la convince del decreto rilancio? “Non ci si poteva fare più male. Una su tutte: la disparità di investimento nel turismo che vede quattro miliardi stanziati dal nostro Governo a fronte dei 18 miliardi messi in campo dai nostri vicini e cugini francesi, nonché concorrenti per il settore vacanze”. Cosa manca secondo lei per dare ossigeno a imprese e lavoratori? “Manca l'ossigeno perché io ci vedo tanta anidride carbonica come quella che respiriamo nelle nostre ormai amiche mascherine. In una situazione del genere l'ossigeno non può essere rappresentato dal dare credito, nel senso di ‘ok, ti presto dei soldi, garantisco che tu possa averli se riuscirai ad arrivare in fondo' ma sarà un debito. O peggio ancora,  contrabbandare come aiuto il credito d'imposta. Che senso ha il credito d'imposta in una situazione del genere? Chi pensa che possa servire a risolvere i problemi enormi di oggi, in piena crisi, è un folle. O un cinico che vuol fare bella figura facendo finta di dare dei soldi che sa benissimo che non darà perché tanti, troppi, non tutti spero, piccoli imprenditori e commercianti avranno delle perdite per cui non potranno scalarsi nulla dalle imposte. È una cosa drammatica, uno scandalo”. Sarebbe servita una sospensione delle tasse fino al 2021? “Io sono certo che accadrà, sono certo che sarà così. Ma come in tutte le attività di business vince chi la adotta prima la misura giusta. Si chiama operatività tempestiva. Se io dico oggi ad un commerciante o ad un piccolo imprenditore ‘non pagherei le tasse per un anno' forse questo potrà cavarsela, riaprire, combattere, investire e magari pagare le tasse l'anno prossimo. Ma se lo dico poco alla volta, goccia dopo goccia, il risultato sarà disastroso perché il commerciante vive questa ennesima incertezza. Comunque sono convinto che finirà così, che le tasse non si pagheranno per il 2020. Sono come vede ipernegativo oltreché molto incazzato”. Adesso si discute sui metri del distanziamento sociale: burocrazia ormai è pure questione di centimetri? “Io non so se è solo burocrazia o è stupidità. Voi giornalisti potete facilmente verificare in modo semplice le regole che si danno negli altri Paesi, Stati Uniti, Germania, Francia. Io la faccio questa verifica sentendo i miei amici che vivono fuori dall'Italia. Dalle altre parti non c'è questa sparata dei metri che sono uno e mezzo, due, quattro, a seconda delle parti di cui si parla. Qui siamo nel mondo dell'autocomplicazione all'italiana che è anche forse il motivo per cui noi italiani, i nostri manager, gli imprenditori, siamo i più bravi. Perché siamo abituati a districarci in una selva di norme che se non sei bravo beh allora non galleggi”. Molti commercianti si sentono e sono a terra. Rischiamo una chiusura di esercizi commerciali e negozi a raffica? “Noi non usciamo da questa situazione se non si prende il coraggio di dire, la dico grossa - vero o falso che sia - che è finito tutto. Oggi questo maledetto virus non significa più quello che era due mesi fa, lo sanno tutti tranne i nostri governanti ed i nostri giornalisti. I primi che tengono sotto scacco tutta la nazione, i secondi perché sperano in più audience. Vede, se non si toglie dalla testa della gente la paura, il terrore, allora i mercati, i commerci che comportano un minimo di coinvolgimento sociale non ripartiranno più. Sento spesso dire che sarà come nel 1946. Ma scherziamo? Sarà semmai come l'8 settembre del 1943 con l'Italia divisa, il nord coi nazisti, il virus, ed il sud libero, con gli alleati, il non virus. Ma in quei giorni c'era una indecisione totale. Cosa facciamo? Nel 1946 invece lo spirito di solidarietà, la libertà, la voglia di costruire erano talmente forti che vede, oggi è il contrario. Non ci si può neppure toccare. Pensiamo alle migrazioni del 1946, oggi io non posso andare neppure a trovare i miei suoceri in Piemonte”. E sulle riaperture, quanti non ci proveranno nemmeno? “Penso che si possano fare delle previsioni a breve. Gli esercizi commerciali se non sarà il 50% sarà il 30% a non riaprire. Gli esercizi commerciali insieme al turismo e alla  ristorazione sono la peculiarità della nostra economia. Mi fa pena quando sento i giornalisti, i secondi colpevoli di questa situazione dopo la politica, dire che nel commercio c'è una crisi di tot percentuale nel settore. Non capendo che questa crisi colpisce tutti, anche loro, perché non ci saranno più soldi in giro, neppure per le pubblicità sui media”. Torneremo liberi oppure la pandemia ci lascia una democrazia debole? “Io penso che sul piano delle libertà ci riprenderemo. Non so sul piano dell'economia. La libertà sicuro perché comunque gli italiani, molti dicono che sono pecore ed hanno un po' di  ragione, quando si incazzano diventano dei leoni. A mio parere la libertà verrà ripresa. Purtroppo, per l'economia, dipenderà molto da quando la finiranno con il racconto della paura”.

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