l'asso nella manica del governo

Servono soldi. Spunta il maxicondono

Filippo Caleri

Non ci sono soldi. E mantenere le promesse di abbassare le tasse con la pistola alla tempia dell’Europa che chiede di tagliare le spese non è facile. Così tra i tecnici del governo serpeggia la soluzione delle soluzioni: un maxicondono fiscale. Che tra gli addetti ai lavori si chiama anche tombale. Sì perché con il pagamento di una somma (da determinare) lo Stato blocca ogni tipo di accertamento sulle dichiarazioni fiscali degli anni precedenti. Insomma sigla un patto con gli imprenditori di questo genere: sotterro l’ascia di guerra contro chi ha commesso errori formali o sostanziali in fase di dichiarazione, o anche chi ha un contenzioso col fisco, in cambio di una somma. Una pace fiscale a maglie larghe insomma che sana di fatto e di diritto il passato. Uno strumento già conosciuto in Italia sotto il governo Berlusconi e proposto dal ministro Giulio Tremonti nel 2002. Operazione allora avversata dal punto di vista etico ma comunque vantaggiosa per lo Stato che allora incassò complessivamente 26 miliardi di euro anche se qualche furbetto, aderì, pagò la prima rata e poi sospese i versamenti. Un comportamento che tolse quasi 5 miliardi a conti fatti. Ma questo è un dettaglio rispetto alla situazione attuale. Già, sulla politica economica giallo-verde, pesa come un macigno la clausola di salvaguardia che può far partire al rialzo l’aliquota Iva. Servono 23 miliardi per evitare lo scatto imposto dall’Europa. Guarda caso quasi lo stesso gettito che il primo maxiperdono ottenne 17 anni fa. Ed è questo il primo punto a favore di chi sta lavorando sulla nuova versione. Soprattutto se si considera che a oggi individuare le risorse per finanziare la Flat Tax è ancora un compito arduo. E Bruxelles non darebbe mai il via libera alla riforma fiscale, anche se nelle pieghe del bilancio si trovassero i soldi, senza avere assicurazioni precise sugli incassi che dovrebbero arrivare dall’imposta sul valore aggiunto. Dunque negoziare con Bruxelles la tassa piatta finanziata con un mix di deficit, rimodulazione del bonus Renzi e delle detrazioni fiscali insieme ai risparmi di spesa, sarebbe molto più semplice se la clausola Iva fosse disinnescata. Magari proprio con il gettito del condono. Per convincere l’Europa della bontà del piano la soluzione potrebbe essere, nella testa dei tecnici, anche la possibilità di avviare la misura anche con un decreto legge nella sessione di Bilancio, o anche ai primi di agosto (magari qualche giorno dopo il 31 luglio data ultima per approfittare della pace fiscale e della rottamazione delle cartelle). Un timing che consentirebbe di mettere in cassa le risorse aggiuntibe anche prima della fine del 2019 in modo da bloccare sul nascere qualunque tipo di contestazione da parte degli euroburocrati. Certo la scelta sarebbe politica e se un’ipotesi del genere è ampiamente percorribile in casa leghista, più difficile sarebbe farla digerire ai grillini. Ma c’è un elemento che questa volta può fare la differenza. Si chiama fatturazione elettronica e cioè l’invio dei documenti contabili di acquisto e di vendita direttamente all’agenzia delle Entrate. Una modifica normativa che sta portando risultati importanti nella lotta all’evasione Iva, con un incremento di gettito consistente già registrato nei primi mesi di applicazione. Non solo. A partire dal primo gennaio del 2020 sarà obbligatorio per artigiani e commercianti, anche lo scontrino elettronico. E cioè l’invio dei corrispettivi sarà telematico e ogni giorno le Entrate potranno conoscere in tempo reale, dare e avere, di ogni attività. Dati che riducono notevolmente gli spazi di evasione a disposizione. Anche quella più spicciola. Dunque la partenza del condono tombale prima di quella data potrebbe essere motivato anche dalla necessità di un colpo di spugna sia sul passato, quello contestato e che intasa le commissioni tributarie tra ricorsi e appelli, sia su quanto nascosto al fisco e difficilmente riottenibile dallo Stato. uanto alle ipotesi di lavoro concrete non ci sono ovviamente certezze. Una sola indiscrezione trapela da chi sta curando il dossier. Per calcolare il dovuto si prenderebbe come base, l’imponibile dichiarato nel 2018. Su questo si applicherebbe un’aliquota pari al 15%. Guarda caso il primo livello di tassazione applicato nella flat tax in vigore per le partite Iva. Insomma la filosofia di base di un eventuale amnistia fiscale sarebbe: paga un anno di imposte come se avessi avuto applicata la flat tax, e ricominciamo da zero. Con la telematica questa volta pronta a stangare, con l’incrocio dei dati, i futuri furbetti.