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Terra ricca, politica ingorda Ecco l’affaire Banca Marche

La storia dell’istituto tra speculazioni industriali manager onnipotenti e interessi dei poteri romani

C’è sempre un presunto colpevole in un fallimento. Nel caso della Banca Marche, istituto di credito di una delle regioni più operose d’Italia, è la politica. Non solo quella locale che ovviamente cerca di insinuarsi nei forzieri per sostenere il suo consenso sul territorio ma anche quella romana, che in fondo è quella nazionale. Che usa gli istituti territoriali per ramificare il suo potere fuori dai Palazzi del potere.
Banca Marche ne è un esempio. La politica, ne scopre le potenzialità alla fine del secolo scorso. Controllare la governance espressa in gran parte dalle istituzioni locali consente di rifornire di ossigeno finanziario il tessuto industriale locale, creare centri di potere da sfruttare al momento giusto. Che in genere coincide con quello elettorale.
Così nella regione inizialmente la banca è il riferimento per i mobilieri, Scavolini in testa, dall’altra parte l’industria degli elettrodomestici, capitanata dalla Merloni, si appoggia alla Cassa di Risparmio di Fabriano. Il boom del mobile, creato anche dai flussi cospicui che arrivano da Banca Marche si esaurisce. Il made in Italy del legno si ridimensiona e la bolla scoppia con gli inevitabili consolidamenti, fusioni e chiusure.
Esaurita questa fase tra le macerie la banca si rimette all’opera. Tocca alle costruzioni. L’impulso finanziario crea un nuovo boom. Il cemento invade la costa marchigiana poco interessata fino ad allora dai palazzoni a più piani. Basta andare a Fano per vedere come i fidi della banca abbiano snaturato la piccola proprietà immobiliare accerchiata dalla speculazione. Finisce anche questa fase. E resta sul tavolo molto invenduto anche perché le stanze costruite sono molto superiori alle effettive necessità.
La banca però non dispera. C’è sempre qualche filone industriale da cavalcare, da finanziare, e sul quale speculare. Trovato. È il settore nautico. Con i soldi si sponsorizza un polo di costruzione di natanti da fare impallidire anche quello del Tirreno, a Viareggio. Nascono cantieri ovunque e alcuni costruttori si trasferiscono dall’altra costa a Fano e Senigallia. Il player questa volta è Ferretti, che si imbarca in una serie di acquisizioni di marchi importanti del settore, in vista della quotazione in Borsa. A sostenerlo è ancora lei: Banca Marche. L’operazione però non gode di buoni auspici e l’istituto ci rimette. Sono tre passaggi che spiegano come nel dna della banca ci sia molta gestione meno orientata al merito e più al consenso politico sul territorio. Un indirizzo cresciuto a dismisura dal 2011 l’ultimo anno chiuso con un utile di 133 milioni. Dal successivo la banca inizia a perdere. È l’effetto della montagna di crediti incagliati che devono subire una svalutazione, cioè una perdita secca di valore, per oltre un miliardo di euro. Il 2012 scrive nel bilancio un rosso di 512 milioni di euro.
La crisi della banca è determinata dalla concessione leggera di prestiti, da parte del consiglio di amministrazione e dell’ex-direttore generale, Massimo Bianconi. Il manager nato a Norcia è arrivato, inviato da Roma, nell’aprile del 2004. È lui che intuisce o asseconda le potenzialità di sviluppo ella banca. Due anni dopo il suo insediamento, Banca delle Marche gestiva da sola il 30% della raccolta locale e il 23% degli impieghi nella regione. In valori assoluti: 20,3 miliardi di raccolta e 11,9 miliardi di impieghi. L’anno dopo l’utile netto aveva raggiunto i 116 milioni: il 40% in più sull’anno precedente. Ma è da quel momento che inizia il declino con sperperi e mala gestio che provocano l’implosione dell’istituto. I soldi sono impiegati facendo poca attenzione alla concentrazione del rischio, c’è come detto una sovraesposizione nell’immobiliare e dell’edilizia, ma soprattutto una gestione delle erogazioni molto facile. Le richieste da 100 mila euro a 100 milioni passavano le istruttorie senza garanzie adeguate.
Troppa disinvoltura che non passa inosservata in Banca d’Italia. La stessa, nel 2010 e nel 2011, aveva già avviato una campagna ispettiva. Un’azione che generò una lettera severissima nei confronti dell’ex management in cui si parlava di «Criticità crescenti», «carenze diffuse», «esposizione rilevante», «scarsa incisività del collegio dei sindaci», «ridotta consapevolezza delle criticità aziendali».
Così nel 2012 arriva il tracollo. Il nuovo cda si era insediato ai primi di maggio, dopo l’assemblea dei soci del 27 aprile. Tra i nuovi consiglieri si apre la spaccatura su una semestrale giudicata troppo generosa: 40 milioni di risultato netto e rettifiche di valore su crediti per settanta. Chi negava il sì alla semestrale aveva ragione. Il bilancio definitivo dell'anno fu rovinoso: perdite per 500 milioni e rettifiche di valore per 1,2 miliardi, raddoppiate nel giro di qualche mese. Nel novembre dello stesso anno ritornano gli ispettori. Che nel luglio successivo dichiarano il commissariamento della banca. Il resto è storia dei nostri giorni. Banca Marche salvata dal dl del governo. Patrimonio azzerato e costi per gli obbligazionisti di 105 milioni di euro.  

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