Il bluff greco. Il problema è Berlino

Per andare a vedere il Grande Bluff sono bastate due ore: quelle del tonfo dei mercati in Italia e Spagna - azioni e spread - dopo la vittoria in Grecia dei partiti pro-euro. Anzi: dell'unico partito superstite del vecchio ordine, i conservatori che governeranno assieme ai rivali socialisti di sempre, con una maggioranza risicata che dovrà vedersela da una parte con la troika europea, dall'altra con l'estrema sinistra che secondo molti ha frenato sul traguardo proprio guardando al futuro. Così dicono a Berlino, dove ai frettolosi complimenti ai vincitori, per i quali Angela Merkel aveva come da abitudine fatto campagna elettorale, si vanno sostituendo analisi preoccupate sulla natura di Syriza. È un vero peccato che la Merkel, oltre ai governi dei paesi europei, non possa anche scegliersi le opposizioni. Il fatto è che all'alibi Grecia non abbocchiamo più. Dopo il week end «con il fiato sospeso», dopo la mobilitazione delle banche centrali pronte a tutto (e fino a ieri?), dopo le immancabili conference call dei leader del G20 in volo verso le baie messicane di Los Cabos, nella Bassa California, eccoci tutti qui con le difficoltà di sempre. A dimostrazione che la Grecia era, e resterà, un problema; ma non «il problema» dell'euro, dell'Europa e dell'Occidente in generale. Troppo facile scaricare le colpe di tutto su Atene, con i suoi vizi e clientele, ma anche con il Pil pari al 15 per cento dell'Italia ed al due dell'Unione europea, ed un debito (356 miliardi di dollari) che non raggiunge un decimo del bilancio della Bce (3.975 miliardi a marzo 2012). In realtà il fuoco greco e relativo contagio esteso a Spagna e Italia è servito soprattutto ad alimentare gli spread. Ieri il rischio-Spagna ha superato perfino quello dell'Irlanda, da tempo sotto la tutela Bce-Fondo monetario e senza accesso ai mercati. Gli spread a loro volta consentono al Bund tedesco di pagare rendimenti prossimi allo zero, obbligando i Btp italiani ed i Bonos spagnoli a corrispondere interessi del sei e sette per cento. Al suo emergere a fine 2009 la crisi della Grecia poteva essere risolta in due modi: o con un adeguato e rigoroso piano di aiuti; oppure accompagnando Atene alla porta. Per questa seconda soluzione, la più gradita ai mitici contribuenti tedeschi, i presupposti non mancavano: il governo ellenico di allora (dello stesso colore di quello eletto ieri) aveva falsificato il bilancio. La Germania ha preferito non scegliere, seminando il panico nei Paesi periferici e creando il contagio anche dove non esisteva. Con l'effetto collaterale di far vincere le opposizione ovunque si è votato, ed ingrassare movimenti radicali anti-euro, dai neocomunisti e neonazisti greci al Fronte nazionale francese, dai grillini italiani agli indignados spagnoli. In più, di resuscitare un sentimento antitedesco che consideravamo sepolto con la disfatta di Hitler: il tifo agli europei di calcio e nella finale di Champions è solo, pensiamo, la punta di un iceberg molto più profondo che rischia di emergere nei prossimi anni. Di sicuro questa parte del mondo, che con il London Act del 1952 decise di sanare gli ultimi debiti tedeschi della prima guerra mondiale (e ovviamente della seconda), che per tutta la Guerra Fredda difese Berlino, e che nel 1990 si accollò gran parte dei 1.660 miliardi di costo dell'unificazione, se si presenterà un'altra occasione ci penserà un attimo. Ma non si può dare tutte le colpe dei nostri guai solo allo spregiudicato opportunismo con cui la Merkel e la sua maggioranza - che è sociale e di élite dirigenti, prima che politica - utilizzano a proprio beneficio i meccanismi dell'euro. Come ha scritto su queste colonne Antonio Martino, il vero e tragico errore è stato di avere fatto l'euro «e poi aver buttato via la chiave». L'ex ministro ne attribuisce il copyright a Martin Feldstein, il grande economista di Harvard che fu consigliere economico di Ronald Reagan. Certo è che ci sono alcune cose che proprio gli anglosassoni non riescono a capire. Esempio: l'Europa ha tenuto in caldo per due anni il problema greco, eppure ha impiegato un weekend per elargire 100 miliardi al sistema bancario della Spagna, bisognoso di ricapitalizzazione. Non sarà perché i primi due Paesi esposti con le banche iberiche sono Germania e Francia? Altro esempio: l'Italia presta i soldi alla Spagna al 3 per cento per 15 anni; sullo stesso periodo si finanzia al 6,78. Circostanza che ha consentito al parlamentare inglese Nigel Farage, leader del partito euroscettico Ukip, di commentare: «Ma che razza di minchiata da ubriachi è questa?». E non solo: ora si attende che il premier spagnolo Mariano Rajoy riveli le vere necessità delle sue banche, compresi i crediti in sofferenza con Real Madrid e Barcellona per gli stipendi di Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Si parla di 150 miliardi. Altro che Grecia. Ovviamente i patti europei blindati costituiscono una grande (e legittima) arma nelle mani della Merkel. Ma solo perché questa è l'epoca dei contabili senza fantasia e senza più alcuna visione del futuro. Se avessero ragionato così gli Schumann, i De Gaulle, i De Gasperi, gli Adenauer, staremmo ancora spalando le macerie del dopoguerra. L'America, cioè il luogo di tutte le porcherie finanziarie, ha periodicamente dei leader che la riscattano da quel vizio congenito del suo sistema economico, cambiando anche il mondo. Roosevelt uscì dalla Grande Depressione con il New Deal, il patto tra Stato, banchieri, industrie e lavoratori finanziato da capitali pubblici. Il suo predecessore Herbert Hoover aveva al contrario applicato una ricetta simil-Merkel. Nel dopoguerra i vincitori a stelle e strisce capirono la necessità di finanziare i nemici sconfitti - italiani, tedeschi e giapponesi - con un piano di aiuti voluto da Ike Eisenhower, l'ex comandante sul campo; piano che in Europa prese il nome da un altro generale, il segretario di Stato George Marshall. Oggi non riusciamo a scorgere un Roosevelt, né un Eisenhower e neppure un Marshall. Possiamo però scegliere tra fiscal compact e Beppe Grillo.