«La crisi non batte il made in Italy nel mondo»

PaoloZegna, vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione è in India alla guida di un centinaio di imprese in una missione insieme all'Abi e al ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, per rafforzare i legami commerciali. E nel pieno dei lavori con le imprese indiane e le autorità istituzionali, sono piombate le notizie del terremoto sui mercati e dello spread a livelli record. «Non possiamo essere messi sullo stesso piano della Grecia. Siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa» è la reazione a caldo di Zegna. Fare business in un momento in cui l'Italia è sotto attacco speculativo, è più difficile? Certo è che la mancanza di chiarezza da parte del governo sulle decisioni da prendere, non ha aiutato le imprese. È un peccato vedere che il made in Italy ha grandi potenzialità ovunque vada ma non ha un quadro di certezze che consentano di fare piani di investimento a medio-lungo termine. Vuol dire che gli attacchi a cui il nostro Paese è esposto hanno intaccato la credibilità all'estero? Quando manca la tempestività nelle decisioni non ci si attira il rispetto. Però è anche vero che i prodotti italiani sono competitivi e ad alta qualità ed è poi questo l'importante nel business. Certo può capitare che qualcuno butti lì una battuta, ma quando ci si mette attorno a un tavolo per trattare una commessa, o definire un'acquisizione o vendere un prodotto, quello che conta è la qualità. Ma come riuscire a essere competitivi con un costo del credito che sarà trascinato al rialzo dalla corsa dello spread? È vero, questo è un ostacolo. Le imprese hanno il freno tirato. Due sono i problemi: la difficoltà di accesso ai finanziamenti bancari e l'alto costo. Se lo spread con il Bund tedesco dovesse continuare a lungo, allora davvero la situazione potrebbe diventare pericolosa per le aziende, soprattutto quelle medio piccole. Faccio il caso della mia azienda. Il gruppo Zegna ha trovato di grande interesse il mercato indiano perché questo Paese ha una lunga tradizione nel tessile. Noi intendiamo sfruttare a pieno le opportunità che qui ci si offrono ma la situazione di incertezza in Italia e l'aumento del costo dei finanziamenti non ci aiutano. A questo poi si aggiungono le difficoltà locali. In India la burocrazia è complessa, ci sono tante barriere e i ritmi sono diversi. Vuol dire che questo è il momento per il governo di dare un segnale forte? «Diciamo che è l'ultima chiamata dei mercati. Confindustria da tempo ha indicato le misure da prendere ma allora ci fu detto che eravamo troppo pessimisti, che la situazione non era poi così grave. Ora purtroppo dobbiamo dire che avevamo visto giusto. Insomma le imprese che operano all'estero hanno bisogno di un governo forte e credibile. E la credibilità si acquista assumendo decisioni anche impopolari ma efficaci. Quanto all'equiparazione con la Grecia...non scherziamo! L'Italia potrebbe davvero diventare il motore dell'Europa ma bisogna reagire. Ultimo punto essenziale: non giova la cattiva comunicazione che facciamo all'estero. Spesso vengono messi in evidenza problemi, criticità, e raramente i punti di forza.