Troppi silenzi sugli eccessi della finanza

L’ultima relazione di Mario Draghi come governatore della Banca d’Italia ha avuto, come al solito, un profilo di grande professionalità nell’analizzare la crisi economica mondiale e quella più specificamente italiana. Al centro della sua analisi dai toni fin troppo pacati, è stata la bassa crescita del Paese. Un male oscuro che da molto tempo affligge l’Italia (esattamente dal 1995) e che penalizza la produttività del lavoro e conseguentemente la crescita economica. E siccome in economia, come in politica, tutto si tiene la scarsa produttività si porta dietro bassi salari e a seguire crisi della domanda dei consumi. Alla stessa maniera l’alta pressione fiscale e contributiva sulle imprese penalizza gli investimenti privati nel mentre quelli pubblici vengono tagliati anno dopo anno per presunte esigenze di bilancio. È questo il quadro delle contraddizioni dell’economia italiana che spreca talenti, laboriosità e creatività che, se fossero agevolati da una politica fiscale e territoriale adeguate, farebbero esplodere la nostra crescita. Draghi ha documentato da par suo l’insieme di queste contraddizioni con qualche tocco fin troppo leggero e con qualche reticenza comprensibile ma non condivisibile. Il tocco leggero è quando ha riferito che dagli anni ’80 al 2008 la spesa pubblica (immaginiamo quella in conto capitale) è stata maggiore della crescita del Pil sino a prevedere per il 2012 una spesa dell’1,6 % del Pil a fronte del 2,9% nel 2009. Detta così questo dato genera confusione per il semplice fatto che dal 1996 ad oggi, eccezion fatta per il 2000 e il 2001, il Pil è cresciuto pochissimo o non è cresciuto affatto e quindi era facile ridurre la spesa in termini assoluti lasciandola però al di sopra del prodotto interno lordo. Ma quel che più ci ha colpito nella relazione di Draghi è stato il silenzio sugli eccessi della finanza internazionale e sulla sua trasformazione genetica da infrastruttura al servizio dell’economia reale, produttrice di beni e servizi, ad un’attività industriale propriamente detta nella quale, come più volte abbiamo ripetuto, la materia prima è il denaro e il prodotto è più denaro. Questo silenzio di chi è anche presidente del Financial Stability Board e si appresta a svolgere il ruolo di presidente della Banca centrale europea ci lascia perplessi. Perplessità che si aggrava quando si legge l’esigenza di più stringenti controlli nel sistema bancario sino a rimuovere i dirigenti senza commissariamenti. Controlli seri e non faziosi, come pure abbiamo visto fare alla vigilanza in questi anni, sono necessari sempre quando l’autorità vigilante sappia però bacchettare per tempo la finanziarizzazione dell’economia avendo quindi il coraggio di indicarla come la causa prevalente della crisi finanziaria ed economica mondiale. Lo stesso preannuncio delle raccomandazioni che il Financial Stability Forum farà nel prossimo novembre non crediamo batterà la strada di austerità ponendo alcuni divieti precisi alla finanza internazionale come quelli, ad esempio, di impedire i futures sulle materie prime che affannano il mondo con i suoi effetti domino sulla crescita e sull’inflazione e la distribuzione al mercato retail dei derivati che strada facendo si sono trasformati da strumenti assicurativi in strumenti speculativi. Una relazione forte e robusta, dunque, quella del nostro governatore, cui facciamo i migliori auguri per il nuovo prestigioso incarico ma, appesantita da queste zone d’ombra, nell’analisi e nei comportamenti della sua struttura degli ultimi 5 anni che non si addicono a una persona di così alta professionalità e statura morale.