L'amnesia di Fini su mercati e debito

Nelle due ore di discorso di Bastia Umbra, Gianfranco Fini ha dedicato all’economia poco più di quindici minuti. E li ha impiegati soprattutto per additare – come esempio virtuoso - il tavolo tra Confindustria e parti sociali. Tavolo dal quale il fondatore di Futuro e Libertà ha ripetutamente denunciato l'assenza del governo e della politica. Ciò che Fini non ha detto è che quel tavolo risale al 4 ottobre, trentaquattro giorni prima della kermesse perugina. Ci si potrebbe chiedere come mai il presidente della Camera se ne sia accorto solo adesso, e che cosa abbiano fatto nel frattempo lui, i suoi parlamentari e soprattutto i suoi ministri e sottosegretari per affiancarsi alle forze imprenditoriali e sindacali. Tra loro spiccano Andrea Ronchi, responsabile delle Politiche comunitarie, Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico per il Commercio estero, Antonio Bonfiglio e Roberto Menia, sottosegretari all'Agricoltura e all'Ambiente. Tutti incarichi che hanno a che fare con le politiche economiche e con quello sviluppo del Paese del quale Fini ha denunciato i ritardi, addebitandoli a Silvio Berlusconi, al Pdl e alla Lega. Al contrario, Fini ha liquidato in poche battute l'opera del governo, e di Giulio Tremonti in particolare, che ha consentito di tenere l'Italia al riparo dalle conseguenze più nefaste della crisi finanziaria. E dire che non gli mancavano le notizie fresche per un giudizio meno affrettato: nelle ultime ore Standard & Poor's e Fitch hanno confermato il rating dell'Italia, con outlook stabili. E, nel caso di S&P, con un commento nel quale ci si augura stabilità politica e continuità nell'azione dell'esecutivo. Possibile che un passaggio così cruciale sia sfuggito a Fini e ai i suoi, pur presi dal lancio di Fli e dallo sforzo organizzativo per la convention di Perugia? Ancora. Tra metà ottobre e inizio novembre il Tesoro ha collocato Btp, Bot e Cct per circa 60 miliardi, riuscendo così a coprire, spesso a interessi più bassi, quasi l'intero fabbisogno in scadenza nel 2010. Negli stessi giorni le aste di titoli spagnoli andavano in parte scoperte obbligando Madrid ad alzare i rendimenti. Ora una quota residua di 36,7 miliardi titoli di Stato andrà in scadenza a dicembre: come giudicheranno i mercati i propositi crisaioli di Fini e dei suoi? Tra le mille preoccupazioni e ansie di rinnovamento e modernità espresse ieri, non abbiamo ascoltato nulla che riguardasse questo tipo di problemi. Né scrupoli in proposito. Questioni troppo distanti dall'euforia identitaria, dall'ansia di “ritorno a casa” che ha pervaso l'adunata futurista. Forse considerate tecnicalità secondarie rispetto a un'overdose di politica pura come non se ne vedeva da tempo. O magari, chissà, cose semplicemente ignorate. Quanto alle molte osservazioni a denti stretti riservate al federalismo, Fini a Mirabello l'aveva presentato come un pedaggio pagato alla Lega (e a Tremonti), da correggere al più presto attraverso strumenti solidaristici per il Sud. Ieri ha riconosciuto che il fondo di compensazione nazionale risolve il problema, quasi attribuendosi il merito di una correzione in extremis: ebbene, la legge delega sul federalismo è stata promulgata il 5 maggio 2009, e il fondo è fissato nell'articolo uno. Fli era di là da venire. E di che si occupava in quei giorni il presidente della Camera? Dalla sua biografia ufficiale apprendiamo che scriveva al ministro dell'Interno per difendere il diritto alla sanità pubblica degli immigrati clandestini. Ma questi sono in fondo piccole omissioni, peccatucci da comizio. Il vero punto, per esempio, è che solo con il federalismo una città come Roma, amministrata da un sindaco ex An, ha ottenuto lo status di capitale, cosa che le consentirà di gestire senza dichiarare default il debito di dieci miliardi lasciato dalla sinistra. E che solo sedendosi a un tavolo con Berlusconi e Tremonti i governatori di area un tempo finiana, tra i quali Renata Polverini, possono trattare sui loro debiti sanitari (18 miliardi tra Lazio, Campania e Calabria), anch'essi eredità in buona parte delle giunte di sinistra. Oppure anche questi sono da addebitare a Berlusconi e Tremonti? È vero, come ha affermato ieri Fini, che in tutte le capitali europee si sta ridefinendo l'agenda delle cose da fare. Ma, da Parigi a Londra a Berlino, per non parlare di Madrid e Atene, al primo punto di questa agenda non c'è il modo più astuto per far cadere il governo. C'è l'economia, e spesso interventi drastici su spesa, previdenza, stipendi, dipendenti pubblici. La “politica dei tagli lineari” che il capo di Futuro e Libertà contesta a Tremonti e al governo non sarà il meglio, ma lui, Fini, che cosa avrebbe fatto in concreto? Quali misure avrebbero messo in campo le sue truppe? Che cosa i futuristi e il loro leader propongono adesso? Magari di aumentare le spese o le tasse? Se, come si diceva un tempo, l' “idea-forza” è soltanto di chiedere a Berlusconi di dimettersi per negoziare portandosi a fianco l'Udc, abbiamo la sensazione che Fini continui a scherzare col fuoco. Che stia seriamente sottovalutando l'impatto che operazioni spericolate possono avere sui mercati, e su quel mondo produttivo che egli sostiene di difendere. Che forse Fini non capisca che governo e maggioranza hanno bisogno sì di rafforzarsi, e magari di ampliarsi all'area centrista: ma forse potrebbero farlo senza di lui. Cosa che non recherebbe un briciolo di danno alla nostra tenuta economica e sociale.