Gheddafi arriva a Roma, ma la Lega sbarra la strada ai libici in Unicredit

L'ad della Fiat Sergio Marchionne ha descritto un'Italia bloccata dalla paura del cambiamento e che guarda con sospetto a chiunque voglia mettere in discussione lo status quo. Questo discorso vale non solo per quella parte del mondo sindacale arroccato ancora a difesa di logiche conservative ma per tutto il sistema Paese.   Stupisce quindi che anche nella politica sopravvivano posizioni di retroguardia e ancora la preoccupazione a difendere interessi particolari a scapito dell'efficienza del sistema. Così ecco la Lega di Bossi scagliarsi contro la presenza dei libici nell'azionariato di Unicredit. Poco importa se gli arabi possono contribuire a irrobustire l'istituto. Per la Lega tutto si riduce a una questione campanilistica, ovvero il timore che il peso degli arabi diventi tale da mettere in discussione il ruolo delle Fondazioni, a cominciare da Cariverona che considerano un loro presidio e la testa di ponte per contare di più nelle banche del Nord. Così lancia in resta contro l'«invasore», il Carroccio arriva a paventare addirittura una scalata libica. E in questa difesa territoriale dimentica che il governo di cui fa parte ha stretto solidi rapporti di amicizia e commerciali con Gheddafi.   Non solo. Questi attacchi arrivano alla vigilia della visita del leader libico a Roma fissata per domenica per i festeggiamenti del secondo anniversario del trattato di amicizia italo-libico firmato due anni fa. Chissà se basteranno a Bossi le rassicurazioni arrivate prima dal presidente delle Generali Geronzi e ieri da Tarak Ben Ammar, imprenditore franco-tunisino e ambasciatore dei capitali arabi nel nostro Paese e dallo stesso ambasciatore libico a Roma, Abdulhafed Gaddur. Ben Ammar rassicura sulla presenza libica in Unicredit escludendo ogni intenzione di scalata da parte di Tripoli mentre l'ambasciatore sottolinea che ogni investimento in Italia sarà fatto «rispettando le regole».