Il maxipiano di aiuti già scricchiola

Non più tardi di ieri, questa rubrica ha segnalato che il maxi-pacchetto per salvare la Grecia è come un'arma atomica. Ne consegue che, se esplode la bomba atomica ma poi gira il vento, il fungo radioattivo va dove lo porta l'aria. E non è affatto escluso che torni indietro. Il piano varato da Eurolandia è infatti i tutto rispetto - 750 miliardi di euro sono indubbiamente una cifra che si fa fatica anche solo a immaginare - ma l'euforia fa molto presto a evaporare. Già ieri, dopo un buon lunedì, le borse hanno ripreso a ballare, e hanno chiuso battenti con risultati deludenti un po' dappertutto. Basta pensare che la situazione economica europea influenza anche i mercati asiatici, dove le contrattazioni sono ormai chiuse o in fase di chiusura. La Borsa di Tokyo ha chiuso in ribasso, dopo l'ottimismo iniziale, per i timori legati alla perdurante instabilità nell'Eurozona e alla debolezza dell'euro. L'indice Nikkei, dei 225 titoli guida, ha perso 119,60 punti, registrando un calo dell'1.14% e attestandosi a 10.411,10 punti, rispetto ai 10.530,70 della chiusura precedente. Cosa è ad agitare i mercati? Perché le borse non sono placate? È difficile azzardare una risposta unica, ma si può provare a fare qualche ipotesi partendo ovviamente dal piano anti-crisi. Si tratta di un meccanismo di assistenza finanziaria per aiutare i paesi della zona euro in difficoltà a pagare il debito pubblico o attaccati sui mercati dagli speculatori: il maxi-piano prevede prestiti bilaterali dagli Stati dell'eurozona per 440 miliardi, 60 di fondi del bilancio Ue e fino a 250 miliardi di contributi «sostanziali» del Fmi (pari a un terzo del totale). È inoltre previsto l'intervento della Banca centrale europea, che potrà agire sul mercato secondario dei titoli di stato acquistando obbligazioni pubbliche. Questo dunque, il piano. Se lo si scompone nei suoi diversi elementi, si possono trovare punti critici in ciascuno di essi. Vediamo perché. L'elemento più vistoso dell'intero piano è il meccanismo di prestiti bilaterali dagli Stati dell'eurozona per 440 miliardi. È evidente che i 440 miliardi del veicolo speciale di investimento sono una formula di compromesso, una mediazione per superare da un lato il no tedesco a strumenti europei cofinanziati, automatici e indipendenti dal veto dei governi nazionali, e dall'altro lato il no francese a soluzioni privi di tali caratteristiche. Nell'immediato, visto cosa stava accadendo, è senz'altro un bene che si sia raggiunto un qualche compromesso. Ma nel medio periodo il compromesso è destinato di nuovo a spaccare l'Europa, perché trattandosi di un meccanismo di prestiti bilaterali necessita di vedute simili tra i vari Paesi dell'eurozona, e di consenso interno ai singoli stati membri. A questo giro di giostra, il consenso lo si è trovato o lo si è forzato. Ma le cifre sono spaventose, e il consenso non è eterno. Un esempio? Ieri il consiglio dei ministri tedesco ha approvato un ddl per la partecipazione della Germania al piano salva-stati varato domenica a Bruxelles. In soldoni: il governo tedesco è pronto a garantire prestiti fino a 123 miliardi di euro, ma non esclude che questa somma possa lievitare in futuro! Questo compromesso non risolve un problema. Lo rinvia. E i mercati lo hanno capito. Un altro pezzo del piano prevede l'utilizzo di 60 miliardi di euro di fondi del bilancio Ue, cioè degli stessi soldi finora destinati all'Est europeo: Polonia, Lettonia e Ungheria. Le nostre colonne hanno da subito messo in guardia da questa idea. Proprio a est, in quei Paesi che da pochi anni sono usciti dalla zona di influenza sovietica, si annida un forte calo di consenso europeo. Se a conti fatti l'est europeo viene sacrificato, i rischi di una disgregazione della fascia est d'Europa sono reali. Un terzo elemento fondamentale del piano è il nuovo ruolo della BCE, che ora può intervenire direttamente sui mercati di debito, acquistando direttamente titoli di debito sovrano, anziché accettarli come garanzia a fronte di finanziamenti erogati. Il rischio è che i mercati «puliscano» i propri portafogli di debito, vendendo spazzatura denominata in euro alla BCE, che al contempo si svuota di dollari e altre valute. L'ultimo elemento del piano è il massiccio intervento del Fondo Monetario Internazionale. Da un lato, la cosa va accolta con piacere perché il Fondo Monetario Internazionale segnala anche l'interesse degli Stati Uniti d'America a tenere su l'euro. Non è nemmeno escluso che abbiano giocato un qualche ruolo anche la francesità di Dominique Strauss-Kahn e le sue ben note ambizioni politiche. Dall'altro lato, è pur vero che avere il Fondo pesantemente ingaggiato nel bel mezzo della zona euro segnala ai mercati che i Paesi UE da soli non ce la fanno, o comunque preferiscono appoggiarsi su un'altra gamba.