l'attore si racconta

Valerio Aprea tra "Figli", "Boris" e l'eredità di Mattia Torre

Davide Di Santo

Valerio Aprea, reso celebre da ruoli come uno dei tre sceneggiatori della serie Boris e la trilogia Smetto quando voglio, è intervenuto nel corso della  trasmissione Le Lunatiche in onda su Rai Radio 2 ogni sabato e domenica dall’1 alle 5, condotta da Federica Elmi e Barbara Venditti. Aprea ha affrontato, tra le altre cose il suo stretto legame con lo scrittore e sceneggiatore, tra gli ideatori proprio di Boris, Mattia Torre e del film di prossima uscita Figli, un progetto che Torre avrebbe dovuto dirigere ma che non riuscito a portare a compimento a causa della sua prematura scomparsa. Figli, che avrà come protagonisti Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi sarà nelle sale il prossimo 23 gennaio.  “Figli” è una storia meravigliosa, sia dentro che fuori- Le parole di Aprea a Radio2. Penso che tutta questa vicenda che ci ha toccati da vicino tutti quanti, ha imprigionato qualcosa in termini di meraviglia e di incanto, potenza energetica e vitale indicibile. È qualcosa che attiene alle nostre vite, anche a quelle professionali e artistiche, il film alla fine si è voluto fare ugualmente. Voglio sperare che siamo stati all’altezza di cosa era stato scritto da Mattia, perché quello che era stato scritto era degno di lui, di tutto quello che lui aveva fatto fin qui e che tutti noi conosciamo, quindi era un ennesimo prodotto meraviglioso”. "Sul set si è respirata questa aria di responsabilità ma senza mai fermarci a domandarcelo, è stato tutto automatico, naturale. Miracolosamente è stato tutto fluido, necessario. Io posso parlare poco perché faccio solo un piccolissimo ruolo che Mattia mi aveva proposto che io avevo accettato a prescindere, quindi sono stato solo due giorni sul set, mentre Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi molto di più”. “Posso dire che è stata una delle più grandi cose della mia vita, una vera e propria fortuna, un privilegio, qualcosa di irripetibile e purtroppo ne sono stato privato, però anche così posso dire di essere fortunato perché sarebbe stato peggio non aver avuto la fortuna di conoscerlo e di poter lavorare con lui”. Ha concluso l’attore che poi ha affrontato anche il suo stretto legame fraterno con Mattia Torre. “Io e tanti di noi siamo permeati, anche solo del lessico, grazie a lui. In Boris lui si è preso in giro da solo, io lì giocavo con le palline da giocoliere e lui mi disse che se non imparavo non potevo fare la parte, perché quello era lui quando scriveva Boris. Era un biopic in quel caso. Mattia si guardava bene dal voler fare la morale, non si è mai messo in cattedra, lui semplicemente nel suo talento aveva uno sguardo e delle capacità di avere un acume intellettuale di rara raffinatezza, intelligenza e ironia. Frequentarlo significava abbeverarsi di questa intelligenza illuminante, divertentissima che elevava il cervello, che poi si è tradotta sulla carta, in immagini. Lui produceva nella vita privata e nel lavoro la stessa osservazione ultraintelligente delle cose. Credo di non aver conosciuto un ottimista più ottimista di lui, lo ha dimostrato prima e durante la malattia".  "Quando parliamo di Boris non parliamo solo della scrittura di Mattia ma anche di quella di Giacomo e Luca, i tre sceneggiatori che interpretavamo. Non ho un grosso repertorio di aneddotica, posso dire che è così approfittando dell’accostamento tra gli sceneggiatori veri. La cosa bella loro è stata sapersi mettere alla berlina dipingendo tre sceneggiatori ai quali loro non appartenevano affatto, altrimenti non avrebbero partorito Boris, ma poi in realtà potenzialmente si. Mettere in scena quei tre cialtroni era come dire “occhio, i tre sceneggiatori di Boris potrebbero essere in ognuno di noi”. Sulla scrittura Aprea ha poi affermato, durante l’intervista rilasciata a Le Lunatiche, che:” È la scrittura che fa la differenza in questo lavoro, dalla scrittura nasce tutto e cambia tutto. Nel cinema , nel teatro, in qualunque forma di pensiero veicolata a mezzo di scrittura chiaramente la differenza la fa la qualità di questa scrittura. Sia nel caso Di Boris che di Smetto quando voglio, in maniera diversa, siamo in presenza di scritture fuori dal comune. L’obiettivo principale quando si fa questo mestiere dovrebbe essere quello di coniugare il pop, il fruibile con l’altezza di contenuti e forma, che non sono sinonimo per forza di intellettualità. Si può benissimo veicolare su larga scala contenuti e forme che elevano le coscienze, i cervelli e l’intrattenimento”.