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Sergio Martino si racconta: "Oronzo Canà e Giovannona? Meglio dei cinepanettoni"

Davide Di Santo

Non è un caso che il ragionier Ugo Fantozzi, guidando la rivolta nel cineforum aziendale dopo l' ennesima replica de «La corazzata Potemkin», dia il via alla proiezione di «Giovannona Coscialunga disonorata con onore». Bellezza e risate contro il grigiore engagé dal sapore sovietico della «boiata pazzesca». «La citazione mi diverte, anche se ha contribuito a bollare il mio film come volgare ed erotico. Cosa che non è », racconta a ll Tempo Sergio Martino, regista di «Giovannona» e di una cinquantina di altri film - thriller, western, commedie... - spesso entrati nella cultura popolare come «L'allenatore nel pallone». Respinge l'etichetta di regista di commedie sexy? «Lo faccio e con forza. Non ho fatto "infermiere", "soldatesse" e "liceali", anche se molti di quei film li ha prodotti mio fratello Luciano. Non ho mai abusato del nudo e dell' eros. Lo stesso non si può di dire per i cosiddetti cinepanettoni». E vero che per i procuratori de "L'allenatore nel pallone", interpretati da Gigi e Andrea, si è ispirato a Luciano Moggi? «In parte si. Eravamo sullo stesso aereo nel viaggio a Rio, per i sopralluoghi. Lui e Nizzola, allora amministratore delegato del Torino, erano partiti per comprare Junior. Tutti sapevano che il brasiliano era un obiettivo dei granata, ma Moggi in quell'occasione negò con forza. Poi naturalmente lo prese! Capii che era un fuoriclasse, e anche molto simpatico, e ispirò la parte brasiliana del film. Nel sequel del 2008 volevo fargli fare un cameo, anche se Luciano in quel momento era nel vortice di Calciopoli. Ma successe qualcosa di imprevisto». Che cosa? «Era tutto pronto ma i calciatori che dovevano apparire nel film si ammutinarono, soprattutto quelli della Juventus: "Se c'è Moggi non giriamo". Così dovetti fare a meno della sua partecipazione. In ogni caso è stato molto divertente lavorare con i calciatori, nell'84 come nel 2008. Ancelotti e Graziani mi suggerivano anche le battute. Del Piero, Toni e Buffon sono molto divertenti ma Francesco Totti è un attore vero. Bravissimo. E per dirlo io che sono laziale...». Oronzo Canà, Aristoteles, la Longobarda... Il film dell'84 è un vero cult. «L'ho capito andando allo stadio, sentendo i vicini citare le battute del film. Lino Banfi ha contribuito molto alla sceneggiatura, con le sue improvvisazioni. L'idea di chiamare la moglie del suo personaggio Mara (Canà, come lo stadio, ndr) è sua. Ma su una cosa lo devo smentire». Cosa? «Lino sostiene che la battuta finale ("Mi avete preso per un coglione", "No per un eroe", ndr), l'ha improvvisata sul set. In realtà è la barzelletta che mi aveva raccontato un amico, e il protagonista non era un allenatore ma un reduce di guerra portato in trionfo dalla folla. Con Lino, comunque, c'è stata una grande collaborazione durata tanti anni e tanti film (tra tutti "Zucchero, miele e peperoncino", "La moglie in vacanza... l' amante in città", ndr) . E un comico di razza, anche se ora è un po' troppo nonno Libero. Ha perso la sua bellissima cattiveria». Manziana per la giungla, Tor Caldara per i deserti, Campo Imperatore per i western... Quella del cinema italiano ä una geografia parallela divisa per genere. «Il cinema degli anni '70 e '80 si incontrava nell' Alto Lazio. Nel centro di Manziana a volte si incrociavano due o tre troupe.Nei teatri della Elios non era raro che si girassero due film insieme. Ci si alternava con i ciak, con la troupe in silenziosa attesa che l' altra completasse la scena. Un'epoca romantica, sarebbe bello raccontarla con un film in costume». Ha lanciato Edwige Fenech sul grande schermo. Come l'ha scoperta? «Vidi Edwige per la prima volta nello studio di Mino Loy, dove gli americani doppiavano i film italiani per il mercato estero. Vidi questa bellissima bruna, sensualissima, stretta in un paio di pantaloni di pelle. Una visione. Pensai così di proporla per "I peccati di madame Bovary", in cui facevo l' organiz zatore. Per il mio "Lo strano vizio della signora Wardh" (1971) puntai ancora su di lei, anche se per un thriller psicologico sarebbe stata più indicata una bellezza algida. Riguardandolo oggi, invece, so che la scelta fu azzeccata. Anche perché quel film rappresentò per lei il trampolino di lancio di una carriera straordinaria». "Solo" Sex symbol, o anche un'attrice di livello? «È un'attrice vera. Così sensuale ma solare e quasi sorniona, Edwige il meglio sé lo ha dato nella commedia. In "Giovannona", per esempio, è bravissima. A vituperato per il suo titolo, ma è un film delizioso ed è un antesignano in chiave comica di Pretty Woman. La storia è praticamente identica, solo che nel film americano a interpretare il ruolo di Pippo Franco c' è Richard Gere... Mi dispiace che venga inserito nel calderone della "commedia sexy"». Un po' c'entra il titolo... «Il film doveva intitolarsi "Un grosso affare per un piccolo industriale", poi ci si mise la Wertmuller... Nel senso che usci "Mimi metallurgico ferito nell'onore", e i titoli chilometrici divennero di moda». Nel '73 volò a Hong Kong per incontrare Bruce Lee. Perché non si fece nulla? «Potevo essere il primo regista europeo a dirigerlo. Io e Tonino Cervi, in rappresentanza di Carlo Ponti, volammo a Hong Kong per incontrarlo e capimmo cosa vuol dire fare soldi con il cinema. Uffici e studios enormi, lus so sfrenato. Lui sembrava un personaggio dei fumetti. Appena mi vide prese la mia mano e se la mise sugli addominali scolpiti. Diceva "Io sono il più grande", poi scoppiava in una risata. Per quella ironica aggressività mi ricordò Muhammad Ali. Purtroppo non si raggiunse l' accordo economico. Ma tra Rolls Royce, attrici e ristoranti di lusso ci divertimmo come matti».