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Quelle lettere dal carcere

Quarantaquattro scritti di Tortora alla compagna Francesca Scopelliti

Quelle lettere dal carcere

Tortora

Quarantaquattro lettere. Commoventi, intime, piene di rabbia e di dolore. Enzo Tortora le ha scritte nei primi mesi della sua ingiusta carcerazione iniziata il 17 giugno 1983, 33 anni orsono. E le ha indirizzate a Francesca Scopelliti, la sua compagna dell’epoca. Che adesso le rende pubbliche in un libro. La Scopelliti che è stata esponente del partito radicale e senatrice di Forza Italia oggi è a capo della fondazione Enzo Tortora cui andranno i proventi di “Lettere a Francesca” (editore Pacini) che uscirà proprio il 17 giugno 2016, in concomitanza con l’arresto e la passerella mediatica cui fu costretto l’ex presentatore televisivo (poi eletto con i radicali al parlamento europeo nel 1984) a Roma alla stazione dei carabinieri di via in Selci. Per completare tutti i simbolismi di quel poco di garantismo che è rimasto oggi in Italia, e le rievocazioni filologiche, la raccolta epistolare esce anche con la dedica a Marco Pannella, scomparso il 19 maggio a Roma, e con la prefazione da una parte di Giuliano Ferrara e dall’altra del presidente dell’Unione delle camere penali italiane Beniamino Migliucci. Una specie di urlo disperato per ricordare che l’Italia del 1983 con i suoi pentiti come Melluso, Pandico e Barra non è molto dissimile, nelle carceri e nel modo di amministrare la giustizia, da quella odierna. E da chi incoraggia i linciaggi mediatici odierni urlando “onestà”. E ieri come oggi la ferocia burocratica di un sistema che vive di processi nei talk show in cui è sempre l’accusa a recitare tutte le parti nella tragedia (parlare di commedia sarebbe insultante) resta immutata: il cittadino, che si chiami Enzo Tortora, Silvio Scaglia o Giuseppe Gullotta, tanto per nominare tre clamorosi errori giudiziari degli ultimi 30 anni, è sempre carne da macello. E Tortora nelle lettere che scrive alla sua “Cicciotta”, così chiamava Francesca Scopelliti, è ben consapevole. Fin dalle primissime missive in cui non si illudeva, quando era recluso a Regina Coeli, che le cose si sarebbero chiarite in pochi giorni o settimane, bensì “in mesi..” L’estate del 1983 stava per iniziare e Tortora nelle sue prime tre lettere continuamente faceva riferimento al fatto che era inutile per Francesca stare lì ad attendere. Meglio molto meglio per lei “andare in vacanza”. Come facevano e tuttora fanno i giudici, le cui interminabili vacanze sono quasi leggendarie, visto che la sezione feriale attaccava dai primi di luglio e durava fino a metà settembre. Proprio una delle più belle lettere di questa raccolta, con riferimento proprio alle ferie dei pm della sua inchiesta, è stata intitolata così: “La giustizia è al mare, noi nella merda”. Era la malinconica sera dell’11 agosto 1983 e Enzo Tortora così scriveva dal carcere romano mentre ancora era in attesa di un confronto con i propri accusatori: “Mia dolce Francesca, sono ancora in attesa. Nervosa, inquieta attesa. Perché ho la certezza che la battaglia sarà dura, durissima. Tu vedi. Nascono, esplodono fuochi artificiali (miei numeri telefonici nelle agende dei killer!!): la ragnatela, appena rotta, tende a riformarsi. Insaziabile, inesauribile. Questa croce doveva capitare a me. Perché ricordati, io sono ormai un bersaglio di Stato. Non ti dico, Cicciotta, come sto. Spesso mi sembra un miracolo l’esser vivo. Ho visto le foto di mia madre, infamata (“Gente”) persino nella cappella dove va a pregare per me. Tengo duro, Francesca, ma l’uragano non è ancora placato. (…) Queste feste sono sacre al Nulla: la Giustizia è al mare. Noi, nella merda. Quando, per un attimo, penso a questa vicenda, rido. Eppure è la verità. Non c’è che un modo: tener duro, battersi, battersi fino all’ultimo respiro: urlare la propria innocenza, rispondere colpo su colpo. Sono ancora nel tunnel: sono diventato il “caso”, il “giallo”, tutto ciò che odio. Mi hanno rovesciato addosso infamie addirittura incredibili: ma ciò avviene. E così una vita come la mia, tutta piena di una tensione morale addirittura puritana, stoica, di ferro, viene prostituita a parabola di malfattore. Puoi immaginare lo schianto, Cicciotta? Puoi intuire cosa avviene in me ogni giorno…?”. Tortora che in un’altra epistola scriveva che qualcosa gli si era rotta dentro “come una bomba al cobalto esplosa”, sapeva, presagiva, che da questa esperienza terribile, per cui nessun pm o giudice di primo grado ha mai pagato, non ne sarebbe uscito vivo. Innocente sì, perché è riuscito a tenere duro fino all’assoluzione in cassazione del 13 giugno 1987. Ma la sua esistenza proprio il 18 maggio del 1988, 28 anni orsono, non resse a un simile affronto.

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