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«Questo il vero giornalismo»

L’ex direttore del Boston Globe parla dell’inchiesta «Bisogna dare ascolto a chi non ha voce e potere»

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine...Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme...Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario...Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo. ..Vidi «Il caso Spotlight» al cinema per la prima volta in anteprima al Toronto International Film Festival il 14 settembre 2015, insieme a 2mila persone. Il film ebbe un grande impatto...Il pubblico continuò ad applaudire anche quando Tom chiamò gli attori sul palco. Poi Tom chiamò i giornalisti, uno per uno. Successe una cosa strana per dei giornalisti: ricevemmo una lunga standing ovation. Fu emozionante: in quel momento ripensai al lavoro di tanti anni prima che avrebbe poi portato alla realizzazione del film, a come ora il suo impatto sarebbe stato amplificato, e che il pubblico avrebbe capito perché il giornalismo era importante...Alcuni dei miei amici stretti hanno detto che il film omette alcune delle mie qualità più lusinghiere...La verità è che quei primi mesi al Boston Globe non furono un periodo facile per me...Nonostante molte cose siano raccontate in modo accurato, vale la pena ricordare che «Il caso Spotlight» è un film e non un documentario. Ricostruisce fedelmente le linee generali di come si svolse l’inchiesta del Boston Globe. Ma non è un resoconto stenografico di ogni conversazione o ogni incontro. La vita non si svolge in modo ordinato al servizio di un film di due ore dove personaggi e temi importanti devono essere presentati in modo coerente...A volte mi chiedono se nel film manca qualcosa che avrei voluto invece vedere. Una riposta c’è, lo ammetto, ed è il risultato della rabbia che gli anni non sono ancora riusciti a spegnere. Parlo di un discorso del 4 novembre 2002 pronunciato da Mary Ann Glendon, una professoressa di giurisprudenza di Harvard che sarebbe poi diventata l’ambasciatrice americana in Vaticano. «Tutto quello che posso dire», dichiarò Glendon a una conferenza cattolica, «è che se il premio ha qualcosa a che vedere con correttezza e accuratezza, assegnare il Pulitzer al Boston Globe sarebbe come dare il Nobel per la pace a Osama bin Laden». Basterebbe dare un’occhiata veloce al discorso per capire molte cose sulla cultura di negazione e sprezzo che ha afflitto la chiesa prima, ma anche per molto tempo dopo la nostra inchiesta. Il lavoro del Boston Globe si è dimostrato corretto e accurato. E tardivo. Nel 2003 fu premiato con il premio Pulitzer per il pubblico servizio. Il consiglio del Pulitzer ha parlato di un «racconto coraggioso e dettagliato degli abusi sessuali commessi dai preti, un lavoro che ha fatto breccia in un muro di segretezza, suscitando reazioni a livello nazionale e internazionale e provocando cambiamenti all’interno della Chiesa cattolica romana».

Tredici anni fa ricevetti una lettera da padre Thomas P. Doyle, che aveva combattuto una battaglia solitaria all’interno della Chiesa per le vittime di abusi. «Gli abusi sessuali su bambini e giovani adulti da parte del clero cattolico e il loro occultamento», scrisse, «è stata la cosa peggiore capitata alla Chiesa cattolica da molti secoli: il tradimento più grande da parte di uomini di chiesa verso chi hanno il compito di proteggere. I bambini cattolici sono stati traditi, così come i loro genitori e amici. I preti sono stati traditi, e anche l’opinione pubblica. Quest’incubo sarebbe proseguito ancora per molto tempo se non fosse stato per lei e i giornalisti del Boston Globe. Come persona che si è impegnata profondamente nella battaglia per le vittime e i sopravvissuti per molti anni, la ringrazio con tutto me stesso. Le assicuro che quello che lei e il Boston Globe avete fatto per le vittime, la chiesa e la società non può essere misurato adeguatamente. Ha un grandissimo valore e i suoi effetti saranno percepiti per decenni». Ho tenuto la lettere di padre Doyle sulla mia scrivania fino a quando, tre anni fa, ho lasciato il Boston Globe per andare al lavorare al Washington Post. In alcuni momenti molto difficili per il Boston Globe e per me la lettera è servita a ricordarmi cosa mi aveva portato a fare il giornalista e cosa mi faceva continuare. All’epoca non c’era stato nessun film, né ci furono premi. Ma avevo già provato quel senso di gratificazione che sarebbe durato per sempre.

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