Duecento anni fa il Congresso «danzante», tra strategie e feste Quando a Vienna si fece l’Europa

Poco dopo l'apertura dei lavori del Congresso di Vienna, che duecento anni or sono ridisegnò l'Europa dopo gli sconvolgimenti dell'età napoleonica, un aristocratico ironico, il principe di Ligne disse: "Il Congresso non cammina, balla". E aggiunse: "Il tessuto della politica è tutto ricamato di feste". Una boutade, che suggerisce letture riduttive di un evento che avrebbe avuto importanza enorme per la storia. Tuttavia c'è nell'immagine del "Congresso danzante" qualcosa di vero. L'atmosfera nella quale si svolsero, dal 1° novembre 1814 al 9 giugno 1815, i suoi lavori fu mondana, quasi festosa, di festa aristocratica e popolare al tempo stesso. Vienna si era preparata per l'evento. Si erano ristrutturati palazzi e abitazioni, inaugurati alberghi e locande, aperti negozi, laboratori di artigianato, fabbriche per la costruzione e riparazione di carrozze, luoghi di ritrovo, sale per concerti e balli, caffè, teatri e via dicendo. I prezzi delle case erano saliti alle stelle. E così gli affitti: l'importo di quattro mesi di affitto sarebbe stato sufficiente per ripagare il valore intero di un appartamento. Si ritrovarono a Vienna oltre centomila stranieri: sovrani, cortigiani, plenipotenziari, ma anche uomini politici, profittatori e avventurieri di ogni risma. I lavori - ricostruiti da Vittorio Criscuolo nel volume "Il Congresso di Vienna" pubblicato da Il Mulino - furono accompagnati da una sfrenata vita di società, da ricevimenti mondani, cerimonie ufficiali, serate danzanti, rappresentazioni teatrali, concerti, balli in maschera o in costume a corte o in palazzi pubblici e privati e persino nelle piazze e nelle strade. Fra i protagonisti delle serate musicali vi erano Salieri, maestro di cappella della corte viennese, il giovanissimo Schubert e Beethoven. Non mancarono eventi sportivi, gare ippiche e fuochi d'artificio. Il tutto sotto l'occhiuta sorveglianza dell'apparato poliziesco asburgico, che ogni mattina inviava a Metternich informative su spostamenti, incontri, tresche amorose e politiche dei personaggi in vista.. L'immagine dunque del "Congresso danzante" coglie nel vero. Questo lato, apparentemente mondano e frivolo, fu essenziale per i lavori politici. Talleyrand, il 25 novembre 1814, scrisse di essere costretto a trascorrere i tre quarti della giornata tra feste e balli. Forse avrebbe potuto aggiungere le ore notturne passate in accoglienti alcove in nome di una "diplomazia del boudoir". Ma quei tre quarti della giornata servirono, tra un valzer e un minuetto, una tresca e un intrigo, a raccogliere informazioni, lanciare messaggi, tessere trame politico-diplomatiche. La funzione dei salotti, dei ricevimenti, delle feste, dei balli, ma anche quella delle dame che li animavano fu rilevante. Caterina Guglielmina di Sagan fu cinicamente utilizzata da Talleyrand per influire su Metternich e sullo zar. Caterina di Bragadion, prima amante di Metternich a Dresda e poi dello zar a Vienna, mise in piedi un salotto dove si faceva politica fra un amoretto e l'altro e dove si radunavano i sostenitori dei diritti di Mosca sulla Polonia. Queste donne belle, intelligenti, intriganti, influenti furono, però, eterodirette e usate, consapevoli o meno, dai protagonisti del Congresso, primi fra tutti Metternich e Talleyrand. Sostenitore dell'assolutismo illuminato, Metternich aveva guidato la crociata dell'Europa dinastica contro la Francia napoleonica. Fu lui, dopo la sconfitta di Napoleone, a promuovere la convocazione del Congresso e a disegnare, in quella sede, il nuovo assetto della carta geopolitica europea all'insegna della restaurazione ispirandosi al "principio di equilibrio". In nome di tale principio si oppose alle rivendicazioni delle nazionalità ritenendo che il loro successo avrebbe comportato la polverizzazione del continente e la fine della stabilità. Rampollo di una delle più antiche famiglie di Francia, Talleyrand era uomo di grandissima intelligenza, privo di scrupoli, dotato di eccezionale capacità manovriera e mostro di abilità diplomatica. Capace di inserirsi e transitare fra le pieghe della storia, era passato indenne fra i più drammatici rivolgimenti politici arricchendosi e acquistando potere, ma salvaguardando gli interessi del proprio paese. Nel Congresso di Vienna, Talleyrand, il "diavolo zoppo", realizzò un miracolo evitando che la Francia fosse posta sul banco degli imputati. Ottenne, anzi, il riconoscimento del "principio di legittimità" in virtù del quale la Francia fu accettata come fattore imprescindibile per la salvaguardia dell'equilibrio internazionale. Poi, accanto a Metternich e Talleyrand, c'erano gli altri protagonisti, dallo zar Alessandro I al ministro degli Esteri inglese Robert Stewart Castlereagh fino al re di Prussia Federico Guglielmo III e via dicendo. Si trovarono a lavorare insieme in un Congresso cui avrebbero dovuto partecipare i plenipotenziari di tutti gli Stati che avevano preso parte alle coalizioni antinapoloniche, ma che in realtà fu guidato dalle quattro grandi potenze alleate (Gran Bretagna, Russia, Austria e Prussia) e dalla Francia. I lavori si svolsero attraverso comitati e commissioni in perenne ricerca di mediazioni. Alla fine, con la firma dell'Atto Finale si costruì il novus ordo che concedeva alla Russia parte della Polonia e alla Prussia parte della Sassonia, creava la Confederazione Germanica, restaurava gli antichi sovrani negli Stati italiani accrescendo il peso dell'influenza austriaca sulla penisola. Per molto tempo il Congresso di Vienna fu visto solo come il trionfo della reazione perché le pretese delle nazionalità non vi furono neppure esaminate. Poi, a partire dai primi decenni del XX secolo, la valutazione storiografica cominciò, lentamente, a essere rivista. Si sottolineò il fatto che, a Vienna, fu impostato un tentativo di affidare al "concerto delle potenze" la responsabilità di garantire l'equilibrio generale attraverso la diplomazia evitando che le pretese egemoniche di una qualche potenza alterassero quella che Castlereagh chiamava la balance of power. In effetti, il sistema internazionale messo in piedi a Vienna durò un secolo, fino alla prima guerra mondiale, perché né la guerra di Crimea né le rivoluzioni nazionali del XIX secolo comportarono crisi globali. In piena guerra fredda, Henry Kissinger scrisse un libro sul Congresso di Vienna facendo vedere come lì fossero state gettate le basi per un ordine internazionale "legittimo" cioè condiviso sulla base di un principio riconosciuto generalmente valido: un ordine capace di autotutelarsi grazie alla "diplomazia multilaterale". Sotto un certo profilo, il sistema internazionale messo in piedi dal Congresso fu il precursore della Società delle Nazioni, prima, e dell'Onu, dopo. Un bel risultato del "Gran Ballo" che si svolse all'ombra della città imperiale.