A Castel Gandolfo nell’orto del Papa
In poco più di un anno, dall'8 marzo 2014, oltre diecimila persone hanno passeggiato nei Giardini del Papa di Castel Gandolfo, lungo il viale di lecci, mortella e cipressi che conduce al Ninfeo della Madonnina, un laghetto di fiori e pesci rossi nutriti col pane da Benedetto XVI in villeggiatura. Ed entro il 2015 aprirà al pubblico la Fattoria pontificia, permettendo anche degustazioni dei prodotti che ogni giorno, con un furgone che parte alle 5,30 per Roma, riforniscono la mensa del Pontefice e il supermercato d'Oltretevere. Ancora, i visitatori avranno accesso a un piccolo percorso all'interno del Palazzo Barberini, quello appunto che include giardini e orto. Nelle sale saranno esposti oggetti di liturgia provenienti da San Giovanni in Laterano e ritratti dei Papi. Lo dice a Il Tempo Osvaldo Gianoli, il direttore dell'eden del Santo Padre nel cuore dei Colli Albani. Un lombardo da decenni trapiantato nella Capitale e che da un anno e mezzo ha il compito - rasserenante ma impegnativo - di guidare i 55 ettari della tenuta, dei quali 25 adibiti a fattoria. È lui che ci accompagna nella sequenza di giardini all'italiana, monumentali resti archeologici, campi coltivati e pascoli. «Papa Francesco, rinunciando a risiedere qui durante l'estate, ha voluto condividere con la gente questo luogo, entrato nel circuito dei Grandi Giardini Italiani», ricorda. Ma qui c'è molto più che natura. Palpita la Storia. Quella antica, per cominciare. Perché la tenuta, curata ora da 55 persone, combacia per gran parte con la sterminata residenza dell'imperatore Domiziano (81-96 dopo Cristo), tanto innamorato di questo "buen retiro" da trascorrervi sei mesi l'anno. Della sua magnificenza testimonia il teatro privato, scavato negli anni '70 riportando in luce le scalinate, il portico con i camerini per gli attori, il fronte della scena, i bassorilievi che, come le odierne locandine, annunciano le rappresentazioni. E stupefacente è il criptoportico. «La lunghezza attuale, 120 metri, ne fa il più grande conosciuto - spiega Gianoli - Ma in origine si stendeva per 340, due terzi dei quali collassati nel Medioevo. Domiziano aveva voluto l'alternanza di finestre alte e basse per calcolare quanto aveva percorso e quando mancava per raggiungere l'alto podio dove accoglieva i patrizi. Vede la piccola scala che si sovrappone a quella originaria? Fu realizzata in occasione della visita di Bush». E veniamo alla storia più vicina. Fu Urbano VIII, nel 1623, dopo che il Papato aveva requisito Rocca e Palazzo Apostolico ai Savelli, a eleggere la tenuta residenza estiva dei Pontefici. I quali non mancarono di fuggire all'afa di Roma fino al 1870, allorché con l'arrivo dei Savoia non uscirono più dal Vaticano. Le Ville sul lago restano abbandonate fino al 1929. Ma i Patti Lateranensi fanno rinascere i giardini. «Pio XI acquistò terreno per gli orti e volle un impianto di irrigazione ancora oggi perfettamente funzionante - ricorda il Direttore - Erano gli anni dell'autarchia, così anche la Santa Sede si adeguò. Poi venne la guerra. I contadini videro da qui lo sbarco di Anzio, tanto spazia la vista. E sentirono le bombe dei tedeschi, asserragliati sui Colli Albani. La villa divenne rifugio per tutti, castellani e rifugiati politici di ogni colore, 12.500 anime. Pio XI inviava altre derrate da Roma, lo stesso fece il successore, Papa Pacelli. Sicché i 35 bambini che nacquero entro queste mura si chiamarono tutti o Pio o Eugenio, se non perfino Eugenio Pio e viceversa». Altre pagine memorabili si scrissero tra il giardino degli specchi (per due piccole vasche rettangolari), o a cassettone, per il labirinto creato dalle siepi. Oltre a Bush senior e junior, venne ricevuto Arafat. Morirono qui Paolo VI e Pio XII. Benedetto XVI vi concluse i suoi giorni da papa e nell'eliporto accanto alla fattoria si incontrarono per la prima volta i due pontefici, Ratzinger e Bergoglio. E oggi che realtà è l'"orto del Santo Padre"? Quantifica Alessandro Reali, capo della fattoria: «Alleviamo conigli, galline, capponi. Coltiviamo frutta, anche i kiwi. Le verdure crescono biologicamente, con i tempi che la natura impone. Le mucche sono nutrite con fieno rigorosamente secco, e proprio ieri è nato un vitellino. Lavoriamo il latte, lo pastorizziamo una sola volta come vuole la legge. Lo imbustiamo col marchio Fattoria Ville Pontificie. Facciamo yogurt e caciotte. 1500 ulivi danno duemila litri di olio. Vorremmo allevare i suini, per utilizzare gli scarti agricoli e le ghiande dei nostri lecci. E ho un sogno: fare i dolci e, d'estate, il gelato. Magari anche il pane e le marmellate. Chissà se il direttore approva». Pensiamo di sì. A gloria della dispensa del Papa.