Un Savonarola per Pino
Eccole, le tre donne di Pino. Scendono tutte dalla stessa auto, nella spianata davanti al Divino Amore. Come a voler dare un pubblico segno di unità nel dolore, prima e dopo le lacerazioni che la morte del loro uomo ha generato. I dubbi sulla tempistica dei soccorsi, l’inchiesta, la torta dell’eredità. Ma quando è il momento di entrare nel Santuario, per le due mogli e l’attuale compagna di Daniele è tregua, vai a capire quanto mediatica o sentita. Di certo, Dorina, Fabiola e Amanda - l’ex corista, l’ex modella e il nuovo amore - vanno a sedersi a debita distanza l’una dall’altra, in quella prima fila davanti alla bara, coperta da un cuscino di tulipani bianchi con su scritto "I figli". Loro sono qui tutti e cinque. Il secondogenito Alessandro si prenderà carico delle Letture, così come sua moglie Emanuela, che si interromperà tra i singulti. Due fratelli di Pino, Nello e Salvatore (facce che diresti ricavate dal calco di quello più famoso) si defilano tra i banchi: per il clan napoletano c’è una funzione "definitiva" a Piazza del Plebiscito. Scongiurato il derby Roma-Napoli, almeno stavolta. Il Campidoglio sceglie l’understatement e manda una corona di fiori, il comune partenopeo pianta un gonfalone nel Santuario. Non c’è spazio per i protagonismi in trasferta: e per quelli "in casa" bastano i Famosi che si sono aggiudicati uno strapuntino nel parterre du roi del Divino Amore. Gli Stati Generali della musica italiana convocati in chiesa per un lutto, come nessun Festival è mai riuscito a fare. Stretti vicini vicini, e sinceramente addolorati, spiccano Jovanotti con la moglie Francesca, Zero, Venditti. E Fiorella Mannoia, Francesco Renga, Nino D’Angelo, Biagio Antonacci, Giuliano Sangiorgi, Mario Biondi, Emma Marrone, Marco Mengoni, Umberto Tozzi, Irene Grandi, Rocco Hunt. Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo hanno gli occhi gonfi, e stavolta paiono veri nella loro fragilità. Renato consuma Kleenex dietro gli occhiali scuri, Antonello è una maschera di pietra. Clementino singhiozza come in un rap spezzato; sembrano invecchiati di un secolo i "ragazzi" che con lo scomparso hanno condiviso le glorie del "neapolitan power" jazz-pop: Toni Esposito, Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso, Enzo Gragnaniello. Stefano D’Orazio è stravolto: chi l’avrebbe mai detto al tempo in cui Pino spernacchiava i fan dei Pooh cantando "O’Scarrafone". Ma dove si sono nascoste le altre star che si erano prodotte in "commossi" omaggi virtuali? Che ne è di Vasco, Liga, Pausini, Nannini, De Gregori? Sorpassati da quelle fette di showbiz che per amicizia o per dovere partecipano alle esequie, sfidando flash, selfie, rischi di richieste di autografi, pacche sulle spalle. Manca pure Insinna, il conduttore di quella improvvida diretta di Capodanno da Courmayeur, dove faceva un freddo boia per un cardiopatico di lungo corso come Pino. Però i volti tv abbondano: da Panariello alla Cuccarini, da Frizzi alla Sastri, dalla coppia Colombari-Costacurta a Chiabotto-Fulco, e poi Serena Autieri, Giobbe Covatta, fino a Nicoletta Mantovani vedova Pavarotti, che concede un «Se n’è andato un poeta». Vero: lo sanno anche i politici che qui si sono smaterializzati, eccezion fatta per Bobo Craxi, la Prestigiacomo e Bassolino, un parlamentino zippato del tempo che fu, del "rinascimento" del sud prima del tracollo della munnezza, quando l’amicizia tra l’artista e il Sindaco-Re rischiò di finire anch’essa nella pattumiera. Torreggia Malagò: il presidente del Coni alla fine della cerimonia ha una parola per tutti i congiunti, anche per Amanda, la donna che ora si porta addosso il peso di quel viaggio dalla Maremma a Roma con il suo compagno già in sofferenza, e la procura vuole capire perché. Ma nessuno, in questo Santuario dei Famosi, si aspetta che a conquistare la scena sia un francescano tumultuante e affatto retorico, più vicino a Savonarola che a certi celebranti di routine, quei professionisti del compianto spazzati via dalle parole taglienti come lame della sua omelia. Frate Renzo - che di Pino era confessore - parla con una calata ciociara che potrebbe rivelarsi persino umoristica, e di certo è brillante, a modo suo rivoluzionaria. Apre e sembra eretico sulla Resurrezione, «perché si vive una volta sola». Più in là sottolinea che anche «Padre Pio e Sant’Antonio sono morti, e se andate a Cascia vedrete la mummia di Santa Rita. Ciascuno in attesa del risveglio dell’ultimo giorno». Si dice contento delle «avvisaglie» che Dio gli manda prima di venirlo a prendere, lui malato di tumore, «così mi preparo. Dio verrà presto per ognuno di voi, stamo a annà tutti all’alberi pizzuti, l’importante è che ci trovi in vita». Scaglia giù dal cielo tuoni e fulmini, bersagliando gli "ipocriti" che «mandano fiori nel giorno del funerale per l’addobbo, mentre dovrebbero volermi bene quando sono vivo. Oggi qui tutti a commuoversi, poi si tornerà a casa e il dolore resterà solo ai parenti». E allora «lo dico ai figli: state uniti, altrimenti vorrebbe dire che Pino ha fallito come padre e come uomo». Messaggio forte, chiaro, e non circoscritto, «perché le famiglie a cena non parlano più, per colpa dello stramaledetto televisore». Amen. Distrugge quei genitori «che dormono beati quando le loro figlie escono la sera vestite come suore, poi al pub si cambiano, si mettono le minigonne e si buttano addosso ad altri». Eros Ramazzotti, che siede a metà navata con la prediletta Aurora, bofonchia la sua insofferenza, ma Frate Renzo strappa applausi a scena aperta. Il climax è quando cita Mafia Capitale: «Mi sono vergognato di essere romano, con questi pupazzi di politici che ci governano, uno più magnaccia dell’altro...», o gela vip e vamp: «Piantatela di sentirvi qualcuno perché avete qualche soldo in banca. Ecco che fine fanno i vip», e indica la bara. «Dio terrà conto solo della nostra carità. Ci sono certe donne che d’estate si mettono la Croce fra le due pagnotte...», e mima i seni. Si rischia l’ovazione quando azzarda: «Ai vecchietti dico sempre: magnateve tutto, non lasciate niente ai figli. Per i debiti si metteranno d’accordo, altrimenti si faranno la guerra per quattro stracci». È la chiosa perfetta per l’ultimo tour di Pino Daniele, con il paradosso di un microfono che fischia e fa le bizze alla benedizione della bara, in un tutto esaurito fra Roma e Napoli. Stavolta non canta, al coro ci pensa la sua gente.