COLOMBO DELITTO PERFETTO

È entrato nelle case degli italiani quarant’anni fa. E non se ne è più andato. Quasi a onorare la celebre battuta, detta sempre sulla soglia mentre il sospetto sta già tirando un sospiro di sollievo: «Ah, c’è solo un’ultima cosa...». È il tenente Colombo - Columbo, nella versione originale - protagonista del serial tv che ha esordito sugli schermi italiani il 16 novembre 1974 attraverso i ripetitori di Koper Capodistria per poi passare alla Rai e quindi a Mediaset, dal lungo matrimonio con Rete 4 alle repliche di oggi su Top Crime, fino alle emittenti Fox. Salotti italiani degli anni ’70 così diversi da quelli frequentati dallo stazzonato poliziotto italoamericano della Omicidi di Los Angeles a cui ha dato il volto Peter Falk. Attici e ville di lusso a Beverly Hills e Malibù, colazioni servite a bordo piscina da domestici in livrea, partite di golf e cocktail party, i lustrini di Hollywood e le tenute di campagna della California del Sud. Alta società bella fuori e marcia dentro dove cittadini al di sopra di ogni sospetto - stimati medici, direttori d’orchestra, critici d’arte, scrittori, avvocati... - vivono, lavorano, amano e, se serve ai loro scopi, uccidono. Sempre con lucida determinazione e un alibi ben studiato. Fino all’arrivo dell’impermeabile più famoso della tv, che leggenda vuole sia stato acquistato dallo stesso Falk nel ’68 giusto prima di girare il pilota Prescrition: murder. Sette stagioni nella «serie classica», prodotte dalla Universal Television e trasmesse dalla Nbc dal ’71, seguite dalle quattro della «serie moderna» - in Italia Il ritorno di Colombo - coprodotta dallo stesso Falk, trasmessa dall’89 dalla Abc, distribuite in più di quaranta Paesi in tutto il mondo, con episodi diretti e interpretati da future star come Steven Spielberg, Ben Gazzara, la leggenda del folk Johnny Cash e Jonh Cassavetes, con cui Falk ha recitato anche al cinema. Un successo e una longevità straordinari per un giallo in cui all’inizio si conosce già l’assassino. È questa la caratteristica principale della narrazione, felice intuizione dei creatori Richard Levinson e William Link, compagni di college appassionati di polizieschi e soprattutto delle gesta di Ellery Queen, personaggio nato negli anni della Grande Depressione dalle penne di un’altra coppia di autori, Frederic Dannay e Manfred Bennington Lee. All’inizio di ogni episodio lo spettatore assiste al delitto e sa prima di tutti chi è l’assassino. Ma cosa lo tiene incollato allo schermo? La "calamita" è scoprire come il detective riuscirà a smascherare quello che sembra un delitto perfetto. Un canovaccio pressoché inalterato negli oltre 70 episodi del serial, a eccezione di qualche sperimentazione - come L'ultimo saluto al commodoro dove il presunto omicida non è quello visto nei primi minuti - e che rispecchia la tv di quegli anni con storie che si compiono all’interno dell’episodio, a differenza delle grandi epopee dei giorni nostri dai Soprano a Lost. Successo popolare che ha conquistato anche gli intellettuali, con Umberto Eco a guidare la schiera dei «colombiani». Il tenente, «peggio vestito di Derrick, si muove con i suoi modi proletari in un mondo di californiani belli e potenti che lo trattano come una pezza da piedi (e lui li incoraggia) - scrive ne «La bustina di Minerva» - sicuri che quello scarto di remote immigrazioni non riuscirà a rompere la loro guardia e a infrangere la barriera della loro arroganza». Invece Colombo «li mette con le spalle al muro e il pubblico gode di questa lotta tra il pigmeo e il gigante dai piedi d’argilla e va a dormire con la sensazione che qualcuno, modesto e onesto come loro, li abbia vendicati». Quella dell’italoamericano dai vestiti stropicciati, il sigaro a buon mercato perennemente acceso, i pasti a base di chili e la vecchia Peugeot sgangherata è in realtà la maschera dell’angelo vendicatore della classe operaia, giustiziere della lotta di classe a Beverly Hills. Un’etichetta, quella di italiano, che Peter Falk, nato nel 1927 da una famiglia ebrea con padre polacco di origini ungheresi e madre russa, non si toglierà mai di dosso, anche sul grande schermo. Terza scelta dopo Lee J. Cobb e Bing Crosby, che declinarono l’invito, Falk conquistò sei tra Emmy e Golden Globe per il suo tenente - mai promosso - di polizia, così familiare anche senza avere un nome (nonostante il «Frank» sul tesserino inquadrato in un paio di episodi), lui come il suo basset hound (chiamato «cane»...) e come la signora Colombo, sempre evocata ma mai vista sullo schermo né nominata in modo diverso se non con un generico «mia moglie». Un attore sui generis anche a causa di quello sguardo spiazzante dovuto a una protesi all’occhio, ricordo di un tumore asportato in tenerà età («Per gli stessi soldi posso avere un attore con due occhi», gli disse una volta un produttore durante un provino). Falk muore nella primavera del 2011 con la mente sconvolta dall’Alzheimer. Colombo continua a vivere nel flusso continuo delle repliche tv di mezzo mondo, e nel lavoro della figlia adottiva Catherine, investigatrice privata. Forse anche lei, a un certo punto, fa per prendere la porta, si gira ed esclama: «Ah, c’è solo un’ultima cosa...».