Al Pacino racconta il male di vivere: «Sfiorò anche me»

VENEZIA Completo scuro, occhiali da sole sul viso abbronzato con quell'espressione del mascalzone che piace tanto alle femmine e con un grosso anello all'anulare sinistro: così, è apparso ieri Al Pacino in conferenza stampa, dopo aver scherzato con i fotografi ai quali ha rivendicato le sue origini italiane dicendo: «L'Italia è la mia vera patria». Ai giornalisti ha rivelato: «Ancora la mia carriera non sta atterrando: non so se è una giusta metafora, ma m'è venuta così». Il divo hollywoodiano è sbarcato sul Lido con due film: "The Humbling" (Fuori concorso) e "Manglehorn" in corsa per il Leone d'oro. Dal romanzo omonimo di Philip Roth (L'umiliazione, 2009) Barry Levinson dirige (in The Humbling) nei panni di un famoso attore di teatro che cade in depressione, tenta il suicidio, perde il talento, ma ritrova la gioia di vivere con una lesbica (Greta Gerwig). «Il logorio dell'essere umano fa parte di quel che facciamo, ci si logora attraverso la ripetizione della stessa vita. Drammi, droghe, successo, insuccesso, la vita diventa un peso che tutti portiamo. È tragedia e commedia, come questo film». Pacino non si è tirato indietro davanti alle domande più personali: «Abbandonare la recitazione? Ci ho pensato anche stamattina, poi vi ho visto e mi sono detto… meglio che continui! Rimpianti non so se ne ho, sono una persona estremamente fortunata: penso da dove sono venuto, ho avuto problemi da giovane, superato difficoltà, e trovato nella vita qualcosa che voglio davvero fare. Ho tre figli, che sono fonte di illuminazione per me, come gli amici, i colleghi: tutto questo ha contribuito ad alimentare il fantastico viaggio che ho percorso finora». Ma quando si parla di depressione il pensiero va subito all'amico Robin Williams, anch'egli diretto da Levinson: «Era sensibile, intelligente, brillante in modo straordinario, comico in modo non definibile: le cose uscivano dalla sua mente». In "Manglehorn" di David Gordon Green l'attore è invece un ferramenta solitario, che condivide un appartamentino con la gattina Fannye: ha un figlio che vede di rado e una nipotina che adora, ma il mondo di Manglehorn è fermo al ricordo dell'amata Clara, perduta chissà quanti anni fa e, per certi versi, il protagonista si sente colpevole di quella perdita. Come in "The Humbling", anche qui si affronta il tema della vecchiaia e della depressione: «Ma qui c'è un uomo che lascia andare le cose - ha spiegato Pacino - e vive in un ambiente molto chiuso». Anche se, i film «è stato di fatto costruito su Pacino - ha detto il regista David Gordon Green - Quello che volevo era poter sfruttare al massimo i suoi gesti naturali, quegli aspetti che ancora oggi lo rendono unico». Altra pellicola in concorso ieri "3 Coers" di Benoit Jacquot, con Benoit Poelvoorde, Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni (madre e figlia nel film come nella vita) e Charlotte Gainsbourg, storia di un uomo e due donne che sono anche sorelle: una lo incontra per primo e se ne innamora, l'altra lo sposa. Ma il cuore ha altri progetti. Classico tormentone melo', con menage a trois e implicazioni familiari, che ha convinto poco la stampa, con applausi e fischi equamente divisi. «La relazione con mia figlia è molto personale e il film non la ricrea ma può solo aiutarci a capirla di più», ha spiegato la Deneuve un po' infastidita, forse, dalla accoglienza poco positiva della critica. Applausi, invece, nella sezione Orizzonti per il film prodotto e interpretato da Pierfrancesco Favino, "Senza nessuna pietà", esordio di Michele Alhaique (anche attore in tv con la serie "Boris" e al cinema con Zalone in "Che bella giornata"). Favino è Mimmo, muratore e nerboruto riscossore di crediti per un clan familiare nella periferia romana che incrocia edilizia e strozzinaggio, guidato dallo zio (Ninetto Davoli) e dal figlio (Adriano Giannini) e circondato da falsi amici come il Roscio (Claudio Gioè). Finchhé a cambiare tutto arriverà l'aspirante escort, Tanya (Greta Scarano). Favino è bravissimo con i suoi silenzi che parlano e con un fisico imbolsito per la parte. «È un uomo che sa guardarsi intorno, ascoltare, pur essendo braccato da una esistenza che non gli dà la possibilità di uscire dalle regole del suo clan - ha detto Favino - Ho prodotto questo film non perché recitare mi va stretto, ma perché credo che il cinema italiano si stia prendendo la responsabilità di fare sistema e io ho l'età in cui è giusto prendersi delle responsabilità in più».