Il giorno di Lea Michele. La liturgia di «Glee» compie miracoli in tv

GIFFONI Hanno bivaccato per 24 ore davanti alle transenne del blue carpet, sotto le stelle e poi sotto un sole che avrebbe liquefatto leoni di pietra. Hanno montato tende d’assedio nella Cittadella del Cinema, come un avamposto della «Generazione dei Perdenti», sorvegliati a distanza da genitori svaccati dentro le automobili. Hanno gridato il loro amore e la loro fedeltà alla linea, e quando finalmente è passata la star uno di loro, un «gleek» men che adolescente, ha quasi tentato l’avventura di scavalcare la barriera che la divideva dall’attrice in cui identifica il proprio percorso di vita. Più in là, ottocento fortunati ammiratori avevano incontrato in mattinata la loro beniamina, per un «meet and greet» impregnato di devozione liturgica, in un climax emotivo la cui parola d’ordine, ripetuta da tutti i ragazzi intervenuti, è stata «inspirational». Tu sei la mia ispirazione, tu sei il mio modello. Questo è stato l’effetto, dirompente, dell’arrivo di Lea Michele, protagonista assoluta di «Glee», al 44mo Festival di Giffoni. Attenzione a liquidare la serie tv come un banale fenomeno mediatico per i più giovani. Al netto dei premi e dei milioni di copie di album venduti con le colonne sonore degli episodi (inzeppati astutamente di vecchie hit planetarie reintepretate dal cast) e di un seguito fideistico, messianico, dei fan sparsi per i cinque continenti, «Glee» è una mappatura affidabile della tenacia, delle fragilità e delle rivendicazioni etiche dei ragazzi del Ventunesimo Secolo. «Losers» per autodefinizione, perdenti che pianificano il riscatto senza aspettarsi che qualcuno glielo cali dall’alto, in una ricerca di valori che credevamo tramontati: gli affetti familiari, l’impegno progettuale, la rivendicazione di una «differenza» personale che passa anche per una sessualità non ortodossa, una fisicità lontana dal glamour, un destino tutto da costruire in un futuro che chissà come sarà. È un’istantanea sociologica, prima ancora che un prodotto artistico, nella quale è ritratta la novità mutante dei «nativi digitali», che per la prima volta nella storia dell’umanità rimbalzano ansie e speranze sui social network, condividendo anche l’inconfessabile. E Lea Michele è il faro davanti al quale si agita questa mobilitazione di coscienze in fase di maturazione. Una ragazza di 27 anni, normale quanto può esserla una figlia del New Jersey che a otto anni calcava già i palchi di Broadway con un istinto da musical che la portava a emulare - spiega - «le donne meravigliose che mia madre ammirava: Lucille Ball, Judy Garland e sopratutto Barbra Streisand. In casa vedevamo sempre vecchi film, ascoltavamo quelle musiche. "West Side Story", "Il Mago di Oz"». Lea è arrivata a Giffoni (nelle due edizioni precedenti erano state qui Dianna Agron e Naya Rivera) un anno esatto dopo la morte del suo fidanzato (nella vita e nella finzione di «Glee») Cory Monteith, stroncato da un’overdose. Nella ricorrenza della tragedia la Michele - che ha chiesto di «bonificare» il blue carpet da tutte le foto che commemoravano il defunto - ha postato un tweet dedicato a lui: «Noi ti amiamo e non ti dimenticheremo mai». Tutto al plurale, come se fosse un compianto universale e non il proprio: perché nel frattempo lei ha ricominciato a vivere («come avrebbe voluto lui», si è giustificata nei giorni scorsi) legandosi al modello Matthew Paetz, che qualcuno sostiene perfidamente essere un ex-gigolò. Con lui ha passato giorni in Costiera Amalfitana e a Capri, in questo che è «il viaggio più bello della mia vita», ha giurato, «perché la mia famiglia è di queste parti. Mio nonno materno di cognome faceva Mariano ed era di Napoli, l’altro si chiamava Porcelli ed era di Roma. I miei cugini hanno nomi come Salvatore, Lorenzo, Antonio e ogni domenica rispettiamo la tradizione del pranzo tutti insieme. Per loro sono solo Lea. È la mia famiglia ad avermi consentito di restare con i piedi per terra». Perché il cammino verso la fama duratura è ancora lungo: tra poco si inizierà a girare la sesta stagione di «Glee», ma sarà l’ultima, «e non posso pensare a come mi sentirò nell’ultimo giorno di riprese. Ma il finale sarà quello che volevo». Cose da fare, per carità, in vista ce ne sono tante: tra un anno potrà finalmente intraprendere il tour per il suo album «Louder», uscito mesi fa, improntato - ammette - allo stile di Kelly Clarkson o di Katy Perry, mentre per il secondo cd il riferimento saranno le ballad di Adele (una delle due colleghe con cui le piacerebbe collaborare: l’altra è Beyoncé). Nel frattempo, a gennaio, sarà uscito il sequel letterario del suo libro «Brunette ambition»: è già a metà della scrittura. E poi chissà: forse - ipotizza - si sperimenterà in ruoli più dark e torbidi del personaggio luminoso che interpreta in «Glee». Nel Michele-day spazio anche per la bellezza chiaroscurale di Isabella Ferrari, presa dal suo impegno per «Save the Children», che l’ha vista scioccata quando ha visto le condizioni dei bambini nei campi profughi in Giordania. A chi le ricordava cosa sia cambiato dai tempi di «Sapore di mare», ha risposto che «i Vanzina raccontavano l’Italia della borghesia di trent’anni fa, così come Sorrentino oggi ci mostra una Grande Bellezza che non riusciamo a trattenere», perché «il Paese è in ginocchio, e così lo è anche il nostro cinema, nel quale ci sentiamo tutti precari». La Ferrari ha appena prodotto un film tratto da «La vita oscena», il romanzo di Aldo Nove in cui interpreta anche la madre dello scrittore. «Una trama hard, una storia di rinascita», spiega, con un lampo rivelatorio negli occhi.