A Spoleto eroine tragiche. E crudeltà in un vecchio matrimonio

SPOLETO Il romantico e incandescente Berlioz, il disincantato e neoclassico Poulenc, il dissonante e sperimentale Schönberg sembrerebbero quasi inconciliabili. Invece il 57mo Festival dei Due Mondi di Spoleto, che li ha evocati per inaugurare la sezione Musica al Teatro Nuovo, ha trovato nella scelta del regista Fréderic Fisbach il filo rosso che unisce tre brevi monologhi lirici al femminile che mettono in scena tre donne (o le tre età della donna), tutte prigioniere del loro passato e spericolatamente sull’orlo del baratro. Tre eroine tragiche che si raccontano un attimo prima della catastrofe. L’orchestra Verdi di Milano sotto la guida oculata di John Axelrod ha così pennellato psicologie, ambienti mentali, atteggiamenti diversi a partire da "La mort de Cléopatre" (1829) di un venticinquenne Berlioz scritta per il Prix de Rome: una donna sola dinanzi alla morte, sconfitta e disperata, che si prepara ad entrare nel regno delle ombre nelle piramidi dei suoi antenati. Si avvertono come esasperati gli insegnamenti di drammatizzazione musicale del cavalier Gluck nel ritratto di una Cleopatra più umana che regale. Una regina disprezzata (il convincente mezzosoprano georgiano Ketevan Kemoklidze), ormai prigioniera di Ottaviano, una Venere umiliata in un accorato lamento tra rabbia e patetismo. È poi la volta della ormai sfiorita vecchia signora di Poulenc ( "La Dame de Montecarlo" su testo di Cocteau), impenitente giocatrice (la metamorfica Kathryn Harries) che, dopo una passerella da cabaret tragico in proscenio, cerca in un tuffo nel mare una destinazione finale alle perdite al Casinò. Ben altra musica (atematica e timbrica) nell’espressionistico "Erwartung" (1909) di Schönberg con il delirio allucinato di una donna (la straordinaria Nadja Michael) in un bosco quasi pietrificato che di notte evoca sotto la luna piena le sue paure in un processo psicoanalitico assecondato da una musica fortemente dissonante. Al Caio Melisso invece, recentemente restaurato dalla Fondazione Carla Fendi, inaugurazione della sezione Teatro nel nome di Strindberg raccontato in scena da un autentico maestro della regia come Luca Ronconi. Questa "Danza macabra" (1900) sviscera con crudezza le contraddizioni del rapporto coniugale con una coppia giunta alla soglia delle nozze d’argento (il borioso e arteriosclerotico Capitano Edgard in divisa bismarckiana disegnato a pennello da Giorgio Ferrara e la demoniaca e esasperata moglie Alice, una ex attrice tragicamente delineata con pienezza da Adriana Asti) che per l’arrivo di un lontano parente reo di averli fatti conoscere (il cugino Kurt affidato a Giovanni Crippa) vede esplodere il muro di finzione e perbenismo borghese che li tiene ipocritamente uniti. All’atmosfera cupa contribuiscono l’arredamento essenziale (divani neri, ferrigni ballatoi, un vecchio pianoforte verticale ed il telegrafo sempre foriero di notizie) ed i costumi rigorosamente neri. L’atmosfera è claustrofobica ( in un’ isola dove tutto appare ingigantito o falsato) con gli stessi mobili spesso flagellati dal vento autunnale e squassati da una quinta all’altra. L’atteggiamento ferinamente contrapposto tra i due coniugi, che sfocia in un vampiresco cannibalismo, si contagia anche all’ultimo arrivato che scapperà a gambe levate, lasciando i due coniugi alla loro squallida e tossica ìtranquillità” , alla grigia routine ed alle imminenti nozze d’argento.