Frida, la bellezza dell’imperfezione

Una vita eccezionale in tempi eccezionali, nella fiammeggiante esplosione di passione e rivoluzione. Ecco Frida Kahlo, un’artista che scatena l’immaginazione con icastica potenza, per mille motivi diversi. Una creatura sorprendente, capace di dimostrare che la realtà supera qualsiasi fantasia. Anche per questo è quanto mai attesa la mostra romana che dal 20 marzo, alle Scuderie del Quirinale, ci porterà a quattr’occhi con l’artista messicana, attraverso circa 170 opere fra dipinti e disegni, oltre a tante bellissime fotografie che la ritraggono. È la prima retrospettiva di Frida presentata nel nostro Paese e riunisce i maggiori capolavori del suo percorso creativo, provenienti da collezioni pubbliche e private messicane, europee e americane. E si potrà ammirare il miracolo per cui, pur dedicandosi ossessivamente all’autoritratto, la Kahlo è riuscita anche a rendere i colori, la vitalità, le tradizioni, la voglia di rinnovamento di un intero paese, travolto dalla rivoluzione. Nell’ormai mitica icona di quel volto di ascendenza maya, con le sopracciglia foltissime, le trecce a corona, i vestiti sgargianti, c’è una nazione in fermento ma c’è anche una donna-artista che lotta per la propria libertà, tanto da diventare un simbolo del femminismo. C’è una donna divorata dall’amore per un marito infedele oltre che grande pittore, Diego Rivera. C’è un essere umano gravemente ferito fisicamente e psicologicamente dopo il terribile incidente su un autobus che la colpì a 17 anni. E poi c’è la "figlia della rivoluzione messicana”, come amava definirsi lei stessa falsificando la propria data di nascita. Diceva di essere venuta al mondo nel 1910, all’inizio della rivoluzione, mentre era nata il 6 luglio del 1907 a Città del Messico. «Sono nata con una rivoluzione – amava ripetere – Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, portata dall’impeto della rivolta fino al momento di vedere giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita. Sono nata nel 1910. Era estate. Di lì a poco Emiliano Zapata, el Gran Insurrecto, avrebbe sollevato il sud». E poi, in fine dei conti, il suo aspetto così bizzarro ed insolito, la sua autenticità audace e sprezzante di ogni ipocrisia, la sua fragilità ed al tempo stesso la sua forza disperata, ci fanno pensare che vale la pena di essere se stessi e fregarsene di quello che pensano e dicono gli altri. Ce lo rivela lei stessa: «Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci deve essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te». E Frida aggiunge un invito a superare le apparenze e la vanità: «bellezza e bruttezza sono un miraggio: gli altri finiscono per vedere la nostra interiorità». La mostra delle Scuderie, curata da Helga Prignitz-Poda, mette giustamente in rapporto questa straordinaria figura con i movimenti artistici e culturali dell’epoca. E non a caso vi sono esposte diverse opere del marito Diego Rivera, vera dannazione dell’anima di Frida («ho subito due gravi incidenti nella mia vita, il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego!»). Da non trascurare, inoltre, i quadri di altri grandi artisti attivi in Messico, come Orozco, Siqueiros, Izquierdo. Fra gli oltre 40 ritratti ed autoritratti di Frida, spiccano l’ Autoritratto con collana di spine del ’40, in cui appare come una misteriosa creatura della foresta circondata di animali e destinata alla sofferenza. Oppure l’ Autoritratto con vestito di velluto del ’26, dipinto a soli 19 anni per riconquistare l’amato Alejandro Gòmez Arias e in cui Frida Kahlo si ispira a Botticelli e al Bronzino pur volendosi trasformare in icona eroticamente alla moda. Il fascino potente di questa pittura così diretta e spietatamente sincera, come si vede anche nell’ Autoritratto al confine fra Messico e Stati Uniti , sta nell’incandescente crogiolo in cui si fondono arte folclorica, Nuova Oggettività e Surrealismo europei, muralismo messicano, realismo americano degli anni venti-trenta. Ma c’è soprattutto una passione vitale che attraversa il tempo, lo spazio e buca lo sguardo. Ancora oggi, la guardiamo negli occhi, Frida, più vera di sempre, e la sentiamo sussurrarci come in una preghiera: "Io ti consegno il mio universo”.