Il cinema comico vince e va a destra senza tabù

Politicamente scorretto ….. a catinelle. C'è una rivoluzione in atto nel cinema italiano ed ai botteghini. Una rivoluzione che cammina su due pellicole, quella di Checco Zalone, «Sole a catinelle» e quella di Paolo Ruffini, «Fuga di cervelli», quintessenze di tutto ciò che nei vent'anni che ci lasciamo alle spalle non sono state la satira e la risata in Italia, ovvero libere a 360 gradi. Sì, perché a guardarli bene gli sberleffi dei satirici italiani, sino a ieri, si erano fermati ai tabù intoccabili per la cultura egemonica di sinistra. Non si scherza sugli immigrati, pena rischio razzismo: non si ironizza sulle donne, causa pericolo sfruttamento del sesso debole. Non si saccheggia il radical chic, dal cibo con l'uovo di gallina chianina al biologico per sempre. Si satireggia soprattutto su Silvio Berlusconi e sul ceto medio con i suoi ritmi borghesi, come se una enclave linguistica inibisse lo sconfinamento in territori di ironia estranei alla sinistra stessa. Ebbene, il film di Checco Zalone, prodotto da Pietro Valsecchi e distribuito da Medusa, è nell'oggetto della sua ironia rivoluzionario. Scherza su una vecchia zia taccagna che non vuol consumare la luce per non pagare pochi euro di bolletta, al punto da voler staccare la spina che la tiene in vita, e lui: «No, devi consumare la corrente zia». Scherza sulle donne e sulla loro voglia di emancipazione al punto da mettere in musica il dubbio del protagonista Checco Zalone, lasciato dalla moglie e ormai senza un quattrino ma con i debiti, che cantando si chiede: «Ti facevo stirare, ti facevo lavare / dico ti ho mai vietato di fare un bucato /dove ho sbagliato... dove ho sbagliato / era tua la letizia di gettar l'immondizia / tua è l'immensa emozione fare il cambio stagione / Che senso avrà questo sole al tramonto se torno a casa e non trovo pronto». Ironizza sugli immigrati, con una scena memorabile in cui babbo Zalone lasciando il figlio con un compagno di classe ed i suoi genitori di colore per la vacanza, gli suggerisce di ricordare «a quella gente lì che noi occidentali abbiamo fatto tanto per loro, adesso tocca a loro, faglielo pesare, ok?». Il fatto è che i film comici in Italia hanno sempre scherzato politicamente corretto, non rompendo mai il muro della cattiveria in senso contrario. Zalone ci è riuscito ed i suoi incassi sono un record. Scherza pure su un bambino che soffre di mutismo, mandando in fumo anni e anni di buona psicologia, perché chiedendogli ad alta voce, a ripetizione, un'informazione, il piccolo alla fine parla e la mamma grida al miracolo. Se Zalone alza il pelo di una sana cattiveria che mancava dai tempi del neorealismo e di certa commedia all'italiana, Monicelli e Risi fra tutti, Ruffini taglia il pelo dell'ultimo mito della cultura dominante: la fuga dei cervelli. Lo fa mettendo in scena l'esatto contrario, frantumando i miti dei master, degli Erasmus e della cultura in esilio. La notizia interessante di entrambi i film è il loro successo. C'è una parte numerosa di italiani, probabilmente maggioritaria, che non ce la fa più a ridere solo della politica e di Berlusconi. Vuole ridere di ciò che non gli piace, di ciò con cui è costretta a convivere, vuole liberarsi da una realtà che gli sta troppo stretta e che non riesce a dare prospettive per il futuro. I paragoni con Massimo Boldi e con Christian De Sica, comici di pellicole non di sinistra, che qualcuno ha azzardato non ci stanno. La comicità di Boldi e De Sica era quella degli anni Ottanta, della leggerezza, del mito degli yuppies e del ceto medio con l'amante. Quella di «Sole a catinelle» è la comicità scorretta del ceto medio in crisi, che si sente liberato dal confine comico superato da Zalone e Ruffini. «Siamo di Equitalia», dice l'esattore bussando a casa Zalone. «No, grazie, siamo cattolici qui» gli replica il protagonista chiudendo l'uscio di colpo. Anche nel ribaltamento dell'ironia sul fisco, non più l'evasore carnefice (come nella satira di sinistra) ma vittima, si compie la rivoluzione del cinema comico politicamente scorretto.