Il furore di Steinbeck è senza veli
Quando Tom Joad arriva in California forse è già troppo tardi. La sua lotta contro l’ingiustizia si dovrà infrangere contro l’ineluttabilità degli eventi. La crudeltà di una crisi economica che non faceva feriti. Era la grande depressione del ’29 ma tutte le crisi, si sa, hanno la stessa eco. Quella di John Steinbeck più delle altre riesce ad assumere connotati universali. Riesce a parlare dell’uomo e delle sue miserie, delle cadute e delle sue rinascite. Forse è anche per questo che «Furore», pubblicato negli Stati Uniti nel 1939, non ebbe vita facile in Europa. All’epoca in Italia il libro venne coraggiosamente pubblicato da Valentino Bompiani. Ma il testo fu colpito dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. La nuova versione Bompiani è basata sul testo inglese della Centennial Edition che restituisce ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la letteratura 1962. Finora l’unica versione italiana era quella tradotta nel 1940 da Carlo Coardi. Il testo tradotto - rimaneggiato e aggiustato successivamente - risentì sempre pesantemente dei tagli imposti dalla censura fascista del Ministero della Cultura Popolare. A influire notevolmente, oltre ai motivi politici contingenti, furono le convenzioni letterarie dell’epoca che non seguivano rigide teorie di fedeltà, in un periodo in cui la traduzione non era sistematizzata, ma si permettevano rifacimenti. La forma doveva essere innalzata a letteraria perché il pubblico dei lettori italiani dell’epoca era quasi del tutto estraneo alla cultura americana: l’inglese «scorretto» del testo originale non aveva corrispondenze in un italiano colloquiale, al cui posto venivano usati i vari dialetti. Da noi Elio Vittorini ebbe modo di segnalare il libro all’editore Valentino Bompiani, cui si deve la felice intuizione del titolo italiano e il testo fu tradotto in pochi mesi. Arrivò in libreria già nel gennaio del 1940. Il governo italiano stava per invadere la Francia e, tanto per i fascisti quanto per gli antifascisti, «Furore» apparve come una dichiarazione di guerra. I censori vi ravvisarono un attacco alle demoplutocrazie borghesi che Mussolini appoggiato alla balaustra di Palazzo Venezia denunciava da tempo come nemiche del popolo e gli permisero di «passare». Mentre a sinistra i lettori lo accolsero come l’offensiva di un compagno di strada contro le ingiustizie perpetrate dai padroni a danno dei lavoratori. Gli uni e gli altri non è detto che colpissero nel segno, ma quel che conta è che il libro potè essere venduto, sia pure con qualche taglio e diverse cicatrici, perché, secondo le autorità del regime, serviva a diffondere l’immagine di un’America violenta e barbarica. Primitiva. Un perfetto esempio a sostegno della propaganda fascista. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria «come un marchio d’infamia». Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, «Furore» è forse il più americano dei classici americani. John Ford ne trasse subito un film con Jane Darwell nella parte della madre e il giovane Henry Fonda come Tom Joad. Lo stesso uomo perseguitato dal destino che torna nelle canzoni di Woody Guthrie e Bruce Springsteen. Il fantasma di Tom Joad.