«Grazie a Dio sono ateo» Solo una provocazione ma con troppa ironia

Molte persone serie e intelligenti non credono in Dio. Ma nessuna di esse, suppongo, sventolerebbe la sua miscredenza col fatuo orgoglio espresso dalle t-shirt con la scritta «Grazie a Dio sono ateo» che si vendevano anche nella città della Scienza a Bagnoli. Trovo infatti questa scritta non un segno di amore e rispetto per la Scienza ma di bigottismo scientista, cioè di quella vera e propria idolatria della scienza che porta a credere che prima o poi la scienza riuscirà a chiarire tutti i misteri della vita. Da questo potrebbe dedursi che sono tornato alla fede della mia infanzia. Ma io non ho alcuna fede. Ho però una grande certezza. Sono infatti arcisicuro che dipendiamo da potenze sconosciute di cui non sappiamo e non sapremo mai niente. A questa convinzione si accompagnano due sentimenti inesauribili: l'incessante stupore che mi procura la costituzione irriducibilmente enigmatica della vita e la pietas che mi ispirano tutte le creature viventi, dai moscerini agli squali. Trovo inoltre insopportabile la tronfiezza di certi pavoni dell'indignazione perpetua, la loro ferocia punitiva, la loro moraloneria castigatrice. Da molto tempo credo anche di aver capito che considerare un male la nostra ignoranza del cosiddetto senso della vita è una sciocchezza; meno male, mi dico, che non lo conosciamo: mi sembra infatti evidente che se lo conoscessimo il gusto e il piacere di vivere si dissolverebbero di botto, giacché che senso avrebbe continuare a vivere anche dopo che lo si fosse scoperto? Infine trovo assurdo il sogno della cosiddetta «autodeterminazione», ossia l'idea che un giorno gli umani potranno diventare padroni del proprio destino, il che equivarrebbe a essere, come l'Eterno, che fu detto «causa sui», causa appunto di noi stessi. Questo è un miraggio ridicolo. Eppure è l'idea che sta alla base di tutte le utopie moderne. Il delirio incominciò con Rousseau. Il lampo di imbecillità più abbagliante che abbia mai attraversato la mente di un genio è forse il celebre incipit del Contratto sociale: «L'uomo è nato libero, ma dovunque è in catene». Come se a noi mortali, col dono della vita, venisse donata anche la facoltà di decidere se accettare o meno questo cadeau. Ma si è mai visto un essere vivente venuto al mondo di propria volontà? O che sia stato almeno consultato sui dati naturali e culturali (sesso, razza, classe, nazione, famiglia, censo, dna, pacchetto cromosomico, gruppo sanguigno, salute, carattere, destino) che avrebbe preferito che gli fossero assegnati? Può dirsi nato libero un essere che non solo non può scegliere se nascere o non nascere, ma nemmeno decidere come, dove e quando nascere: se maschio o femmina, bianco o nero, all'equatore o al polo, ricco o povero, intelligente o scemo, con questo o quell'altro equipaggiamento fisico e psichico - eccetera eccetera? In un certo senso la mia religione è tutta qui. Sembra poco ma questo poco mi basta per capire quanto sia stupida l'idea, stampata su quelle magliette che si vendevano nella Città della Scienza, che l'ateismo possa essere considerato un dono di Dio.